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Il Giornale

Abramovich e l’oro rosso: 500 milioni di euro per comprarsi il Brunello ... Abramovich cantiniere? Un giorno forse, ora no di certo. Però a qualcuno fa piacere immaginarsi il re del petrolio russo, nonché presidente del Chelsea, diventare anche produttore vinicolo in Italia e non altrove, soprattutto non in Francia. Abramovich a Montalcino: vera, similvera o fasulla che sia la notizia che appare nell'ultimo numero della rivista Ville & Casali, è di quelle che non passano inosservate perché in termini di «immagine Italia» è bello pensare che un miliardario (in euro o dollari a seconda dei gusti) come lui si presenti tra le nostre vigne. In estate Roman Abramovich girò per gli ulivi della Liguria, a settembre ha visitato a Torgiano in Umbria le cantine Lungarotti (e a testimonianza c'è una foto di lui con Chiara Lungarotti) e poco sotto Livorno, a Bolgheri, prima la Tenuta San Guido perché voleva conoscere le viti da cui nasce il Sassicaia, e poi la Tenuta dell'Ornellaia per fare altrettanto a livello di Ornellaia e di Masseto.

Ora è la volta della perla vinicola del Senese, la patria del Brunello di Montalcino che piacerebbe così tanto al russo da volervi mettere non solo piede ma anche radici. Certo, nessuno lo ha visto in questo autunno e lui è uno che non si muove certo con discrezione nel buio, anzi certi suoi atteggiamenti un po' appariscenti non sono in sintonia con lo stile della zona ma i soldi non puzzano mai, soprattutto se veri.

Secondo la notizia di un mensile che certo non è specializzato in vino, Abramovich avrebbe offerto 500 milioni di euro per la Castello Banfi, quasi tremila ettari (2.830 per la precisione), dei quali 970 vitati. La risposta (sempre vi sia prima stata una domanda)?

No grazie, picche insomma. Se la somma vi fa sobbalzare, tenete conto che un ettaro a vite a Montalcino non può costare meno di 300mila euro, spesi male perché gli ettari di valore arrivano a valere mezzo milione di euro. Ma la Banfi, che ha alle spalle una ventina di anni di vita, è anche un castello e un ristorante che la Michelin premia con una stella più un borgo settecentesco che a primavera/estate diventerà un hotel di lusso, il Borgo di Castello Banfi. Altro che 500 milioni ...

La proprietà, la famiglia italo-americana dei Mariani, ha precisato di ricevere molte offerte di investimento o di acquisto «ma le abbiamo sempre gentilmente declinate». Non hanno intenzione di vendere e nemmeno bisogno. Così, scrive sempre Ville & Casali, Roman si sarebbe rivolto ad altre tre realtà montalcinesi, Argiano, Col d'Orcia e Il Poggione, ottenendo in cambio altri tre rifiuti.

Per un profondo conoscitore di Montalcino, Alessandro Regoli, titolare proprio a Montalcino del sito Winenews, non c'è nulla di importante in vendita lì, giusto un paio di aziende minori che a uno come il russo interessano zero. Lui, se mai un giorno si metterà per davvero alla ricerca di un'azienda, punterà in alto, un sito di prestigio con villa o fortezza antiche e un prestigio assoluto in bottiglia, un Chelsea delle botti e in tal senso Banfi e Argiano hanno questi requisiti, solo che non sono beni che si vendono se non perché si è alla disperazione. Ha detto Regoli: «Montalcino dispensa fama, lustra l'immagine, garantisce successo commerciale perché è una griffe famosissima nel mondo grazie a un ambiente unico, che trovi qui e non altrove. Però nessuno ha visto Abramovich tra le nostre vie e i nostri vitigni». E nemmeno i gorilloni che lo circondano.


Argiano - 48 ettari di Tachis

L'azienda agricola Argiano, www.argiano.net, è il gioiello, a Sant'Angelo in Colle, di proprietà dal 1992 della contessa Noemi Marone Cinzano. Il motto della cantina, che esiste dal 1580, è «ispirazione e passione», 48 gli ettari vitati, il Brunello e il Suolo Toscana i due vini migliori, frutto del lavoro dell'enologo Giacomo Tachis, l'inventore del Sassicaia. Qui si dice esistesse il leggendario tempio del dio romano Giano. Quanto alla villa, rinascimentale, venne eretta dalla famiglia Pecci di Siena. Poi passò ai Pieri, quindi ai marchesi Ballanti Merli e alla duchessa Caetani dei Conti Lovatelli, prima dell'ultimo passaggio alla contessa Noemi.


Il Poggione - Stregato da un racconto

Come le altre due, anche la tenuta Il Poggione, www.tenutailpoggione.it, è sita a Sant'Angelo in Colle, 60 ettari a Brunello con esposizione a mezzogiorno (su 113 vitati totali). Nello stemma una frase arcifamosa di Lorenzo il Magnifico: «Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v'è certezza», parole che fotografano bene anche l'incertezza del lavoro tra le viti e in cantina. Tutto ebbe inizio a fine '800 quando Lavinio Franceschi, proprietario terriero a Scandicci, rimase stregato dai racconti di un pastore che transumava sul versante maremmano dei colli tra Montalcino e Sant'Angelo, da organizzarvi un sopralluogo fino ad acquistare la tenuta.


Col D'Orcia - La riserva del conte

Apri il sito della tenuta Col d'Orcia, www.coldorcia.it, e subito leggi che «produce vini che sono l'espressione dello straordinario terroir di Montalcino». Sono 140 ettari vitati in Sant'Angelo in Colle. Le origini dell'azienda risalgono alla prima metà del secolo diciassettesimo quando la famiglia senese dei Della Ciaia decise di dare vita a una struttura di pregio. Poco più di trent'anni fa, nel 1973, la proprietà venne rilevata dal conte Alberto Marone Cinzano, ennesimo nobile stregato da Montalcino e dal Brunello, la Riversa Poggio al Vento la sua bottiglia più riuscita. Dal '92 presidente è Francesco Marone Cinzano.

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