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Il Giornale

La rivincita della «mescita» contro la nouvelle cuisine ... Caro dottor Granzotto, da più di undici anni svolgo l’attività di barista in un paese di montagna e, da sempre, riempio, tra l’altro, bicchieri di rosso e di bianco, vini da un euro al bicchiere, senza sapori riservati a pochi intenditori (profumo di mughetto, di legno bagnato, di fieno di maggio, di ferro battuto ecc). Adesso ho deciso di aprire una vineria (non enoteca), un negozio di quelli in cui si vendono vini sfusi, dove si va con la damigiana per riempirla e portarla a casa, un locale di quelli con le cisterne, per intenderci. Siccome dal primo giorno di attività del mio bar, quotidianamente, sui tavoli metto a disposizione dei miei clienti una copia del Giornale, mi posso ritenere un membro del mitico «Club del Tavernello». Quindi, se possibile, gradirei ricevere un certificato di appartenenza al suddetto club da incorniciare e appendere nella mia vineria. La ringrazio anticipatamente, certo di essere accontentato, e la prego di considerare la presente come invito all’inaugurazione della vineria.

>B>Salvatore Testa - Carovilli (Isernia)

Dio la benedica, caro Testa. Lei è un benefattore dell’umanità perché pone un piccolo, piccolissimo, ma non per questo meno importante rimedio ai guasti prodotti dalla falcidie delle osterie, sloggiate per far posto alle paninoteche, pizzoteche, enoteche, cuscusteche, falafelloteche e quell’altro orrore delle creperie. Perbacco se ha ragione: l’osteria d’una volta svolgeva una rilevante finalità sociale in quanto luogo
di ritrovo - di aggregazione direbbero i sociologi - di persone
anziane, di pensionati, di nonni che frequentandole sfuggivano l’ombra grigia della solitudine alla quale la
società moderna li condanna. Bevevano mezzo litro di
troppo? E capirai … Intanto stavano in compagnia, discutevano e bisticciavano di sport o di politica o di come far crescere meglio i pomodori nell’orto, si accaloravano al tavolo della briscola o del tresette, raccontavano i loro guai e risolvevano quelli degli amici. Tutt’altra cosa che trascinare il pomeriggio sulla panchina di un viale guardando i cani fare pipì. Bravo, caro Testa, verrò sicuramente a farle visita nel suo locale. Ma per favore, non lo chiami vineria. Vineria è termine ancor più furbastro e quindi deprecabile di enoteca e, più che mai, di Wine Bar. Non la chiami nemmeno osteria, che con o senza la acca davanti oggi indica il ristorantuccio che se la tira da locanda rurale, tutta roba semplice e genuina, ma che rifila le tagliatelle al salmone affogate nella
panna e se gli chiedi l’osso di prosciutto coi borlotti ti guardano storto sibilando: «Osso? Prosciutto? Puah, noi mettiamo in tavola la nouvelle cuisine, caro signore. Visto che oltre a servire vino al banco lei intende venderlo sfuso, «da asporto» come si diceva un tempo, perché non rispolvera il suadente e culturalmente corretto termine di mescita? Pensi che bell’insegna: «Mescita». Ci rifletta, caro Testa, e nel frattempo mi attrezzerò per creare un diploma ove si attesti la sua appartenenza - honoris causa - al Circolo del Tavernello. Il fatto è che dal punto di vista statutario e organizzativo il Circolo batte, per mia colpa, la fiacca. Qui ci vuole appunto uno statuto, l’elezione degli organi direttivi, le tessere, gli agapi sociali e magari il sito internet. Forse alla rinfrescata ci farò un pensierino, ma intanto e semi aiuta il lettore Pierluigi Diano, tavernellese Doc di buona matita, il diploma glie lo faccio e glie lo spedisco. Se lo merita, e a pieni
voti.

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