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Il Giornale

Il relativismo servito anche in cucina ... Caro dottor Granzotto, la leggo e l’apprezzo Con il piacere quotidiano di veder tradotto in italiano ottimo e abbondante, quello che penso da sempre. Su un argomento, però, il piacere si trasforma in qualcosa di diverso ed è il suo accanimento nei confronti del Tavernello e di Slow Food: non se ne può veramente più! Se mi permette le dico il perché: arrivando con un salto un poco audace, reso necessario dalle esigenze di spazio, a un discorso che mi sembra importante. Concorderà con me che la Cucina o la critica enogastronomica, se preferisce fa parte della Cultura ovvero di qualcosa in perenne evoluzione; certamente è sacrosanto ironizzare sugli aspetti più ridicoli (soprattutto il sinistrese del linguaggio), sugli snobismi e i birignao di cui la materia è affardellata, ma, per fare un esempio legato all’arte, se usassimo la stessa logica di fermarci alla pasta e fagioli (pur ottima), saremo rimasti alle pitture rupestri o a scandalizzarci delle innovazioni grottesche. Leggendola su questi argomenti mi sovvengono certe vignette rozze e qualunquistiche degli Anni Cinquanta nelle quali i quadri di Picasso venivano messi a sberleffo di una certa cultura progressista. Questo per dire, ed ecco il salto, che se la sinistra he egemonizzato la cultura, la colpa è anche, secondo me soprattutto, della destra coi suoi tavernelli. Non c’è dubbio che in materia ci sia molta fuffa, ma non è da queste posizioni che si contribuisce a eliminarla. In sintesi non credo che il Tavernello ci salverà, la pasta e fagioli (pur ottima) nemmeno. Tra parentesi per sua informazione, Slow Food, di cuinon sono socio e poco me ne importa, tutela il 90 per cento di italianissimi prodotti, tra i quali il suo adorato capocollo.
Augusto Biscia - Pavia
Se devo essere proprio sincero, caro Biscia, rimango dell’idea che la cucina (anche se scritta, come lei fa, con la maiuscola), sia una cosa, la cultura un’altra. Sì, lo so, oggi qualsiasi cosa è cultura, c’è perfino la cultura della pennichella o del fitness. Ma è una gabola relativista: sarò all’antica, ma mi rifiuto di mettere sullo stesso piano lo chef Vissani e Galileo Galilei. Come mi rifiuto di farlo con Michelangelo e il dogon intagliatore di figurine in legno. Ciò detto, mi piace la sua metafora. Ho qualche obiezione sulla assimilazione della pasta e fagioli alla pittura rupestre, perché per me quella vivanda è già Rinascimento, come quasi tutto ciò che portiamo sulle nostre tavole. Ma approvo incondizionatamente la sua scelta di assimilare le «innovazioni» culinarie all’arte moderna. Che non è solo Picasso, ma anche Maurizio Cattelan o Tracey Emin, l’artista, diciamo così, che alla Tate Gallery esibì una sua opera, diciamo cosi, rappresentata da un vero letto tra le cui vere lenzuola sfatte e con evidenti tracce di sudiciume vario - e anche schifoso assai - faceva capolino una serie di oggetti d’uso intimo. Ora non voglio sostenere che tutta la cucina sperimentale, creativa, fusion, nouvelle o post nouvelle sia assimilabile al lurido giaciglio della Emin. Quello che mi rifiuto di accettare è che nell’arte come nella gastronomia tutto ciò che rompe col passato sia di per sestesso pregevole. Quando invece non sempre, ma spesso fa schifo. Tutto qui, caro Biscia. È semplice: noi tavernellesi non vogliamo essere presi per il naso dai fattucchieri in cucina e dagli affabulatori in cantina. In quanto allo Slow Food non è il suo caso, ne sono certo, ma è roba da snob con cospicuo conto in banca. Un tempo c’erano, per i nouveaux gourmets, le lingue di pappagallo. Oggi ci sono i generi alimentari «presidiati» dallo Slow Food. Cambia niente. (A questo proposito sono arcicontento che lo Slow Food tuteli il mio beneamato capocollo.Ma perché lo fa?Che pericoli corre? Chi lo minaccia? I vegetariani? Bin Laden?)
Paolo Granzotto

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