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Il Giornale

… Scruton brinda alla filosofia … In “Bevo dunque sono” il polemista conservatore inglese spiega che un bicchiere “di quello buono” è molto più di un piacere effimero. Perché “contiene” estetica, morale e senso di responsabilità… Può una bottiglia di vino cambiare la vita? Può un bicchiere del “nettare degli dei” aprire prospettive percettive e aiutare a trovare significati profondi? Le risposte che Roger Scruton fornisce nel suo nuovo libro, Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino (Raffaello Cortina editore, pagg. 244,euro19,80)non solo sono positive, ma anche dense di implicazioni umane. Narrando di quando, giovane universitario, si imbatté in una bottiglia di Chateau Trotanoy de 1945ricorda come quel vino lo colpì perché raccontava una storia. L’aroma
fruttato, il gusto tannico e la peculiare nota metallica non solo descrivevano i pianeggianti terreni,
argillosi e ricchi di ferro, del paese di Pomero, ma la fatica dei contadini, l’arcana sapienza dei
vignerons, i riti e le consuetudini della vita di campagna di quel minuscolo spicchio di Francia.
E non potevano che essere questi aspetti più profondi, lontani dai modi aridamente descrittivi
a cui ci hanno abituato sommelier e stampa specializzata, ad affascinare Roger Scruton, filosofo
e polemista di rango, autore di quel Manifesto dei conservatori (tanto osteggiato dai benpensanti) nel quale la promozione della libertà individuale va a braccetto con la difesa dell’ordine della realtà, e il rispetto con la stigmatizzazione di ogni melting pot culturale. Non ci si innamora del vino bevendone di ordinario. La scintilla scocca, ricorda Scruton, quando ci si trova davanti a una grande bottiglia i cui profumi e gusti “significano famiglie sepolte e caratteri ancestrali”. Sorseggiandone il nettare cambiano, in un attimo, i parametri di valutazione. Inizia il dialogo: il vino apre al godimento estetico e l’uomo raggiunge più vaste prospettive di percezione, toccando la profondità nella comunione con la terra. Un vino è tanto grande quando, anche a distanza di anni, ci ricorda i suoi aromi e gusti, il palpitare del cuore, gli stati dell’animo, i pensieri e le parole che lo hanno accompagnato. Inutile è tentare di descriverlo. Nella frase Bevo dunque sono Scruton fonde quell’insieme di meditazione e comprensione che sono solo dentro l’uomo e che il vino, “essenza distillata del suolo”, aiuta a far emergere. Il nettare, impregnando il corpo e pervadendo
l’anima “fa galoppare i pensieri e liberare i sentimenti” alla ricerca della Selbstbestimmung, o “certezza di sé”. Esperienza sensibile assimilabile alla visione estetica di una tela o all’ascolto di una musica, il vino è un “viaggio nell’equilibrio” (titolo anche di una installazione multimediale che si può visitare in questi mesi presso la celebre cantina Ca’ del Bosco, a Erbusco) “fatto di armonia e serenità”, pieno compimento del vino come della vita. Il vino, per Scruton, non ha soltanto valore meditativo, ma pure “umanistico”. Bere buon vino significa liberare la parte migliore del nostro essere e indirizzarla a pensieri di libertà. Significa anche prendere coscienza dei propri limiti, secondo le leggi di natura e di morale enunciate da Kant. Il vino, come nell’eucaristia, ci fa conoscere che “siamo una cosa ma anche due - soggetto e oggetto anima e corpo, liberi e determinati”. Storia e vita si ritrovano nell’esperienza estetica del vino, nella responsabilità verso sé e verso gli altri. Nota Scruton come spesso, nei giovani soprattutto, sia riscontrabile un rapporto sbagliato col vino: “vuotano il bicchiere per colmare il nulla morale generato dalla loro cultura” e se è pericoloso bere a stomaco vuoto ancor di più lo è a cervello vuoto. Beneficiare del vino significa riscoprire i valori del simposio: il pensiero, la conversazione,
l’ascolto, la misura. Bere è coniugare piacere e virtù, godimento e moderazione. Non mancano nel testo, nello stile icastico tipico di Scruton, luoghi polemici, come la distinzione fra Paesi civilizzati
e non (ovvero “fra quelli ove si beve vino e quelli in cui non se ne beve”),e combattivi suggerimenti: “si contrasterebbe il puritanesimo dei musulmani insegnandogli a bere, così come dovremmo insegnare a noi stessi a bere in una vita vissuta decorosamente e per il bene degli altri”.
Bevo dunque sono è anche una dichiarazione d’amore nei confronti del vino francese. Già, la
Francia. L’unica nazione dove fare vino è una cosa dannatamente seria. Saranno i mille anni di storia, saranno i nomi illustri nei quali ci si imbatte leggendo vicende di uve e di cantine (CarloMagno, Filippo il Buono, Luigi XIV, Napoleone...) eppure il vino, in Francia, si riduce a un unico aspetto, il più importante: il terroir. Ovvero il territorio ove nasce: non solo composizione chimica del suolo, ma sentire culturale che pervade l’aria. Così in Francia non si beve uno Chardonnay un Cabernet Sauvignon, ma un Borgogna o un Bordeaux ( meglio se con la specifica
non solo del villaggio ma anche della vigna: nomi mitici come Montrachet, Romanée-Conti, La Tache, Chambertin, Chateau Grillet... piccoli lembi di terra in cui l’uva ha preso forma e si è imbevuta di secoli e di passione). Insomma tutto il contrario degli evitabili vini del Nuovo Mondo, figli di una globalizzazione senza storia e di un mondo multiculturale senza radici. Nelle scanzonate pagine finali Scruton si cimenta, come fosse un sommelier, a proporre abbinamenti
fra vini e filosofi. Che cosa bere leggendo Platone? E Boezio? E il Doctor Angelicus? Il consiglio
è centellinare un grande Pauillac riflettendo sull’Etica Nicomachea di Aristotele, gustare uno Chateauneuf-du-Pape con Cartesio e buttare un bicchiere di Slivovitz (pessimo vino magiaro)
sulle pagine dell’odiato Husserl. Un libro, quello di Scruton, che nulla ha a che vedere con la banale Filosofia del vino di Massimo Donà, che tanto furoreggiò fra i benpensanti, titillati dall’idea di sperimentare i furori dell’ebbrezza origliando il canto delle Sirene. Un libro, quello di Scruton, che non ci spiega come bere il vino ma ci insegna a pensarlo.

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