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Il Mattino

«Anche gli astemi berranno il vino-frutto» ... Vino-frutto. È la definizione in voga tra gli esperti, la tendenza alla quale molti produttori si sono uniformati per conquistare premi e riconoscimenti, l'ambizione di mettere qualcosa nel bicchiere che piaccia davvero a tutti, anche agli astemi, insomma un vino da masticare, capace di offrire sensazioni di grande piacevolezza. Il guru del vino-frutto è Luca Maroni che nel corso della presentazione della sua guida 2003 ha lanciato un vero e proprio proclama alla platea estasiata: «Inutile stare a lottare per strapparsi fette di mercati, c'è un intero mondo da conquistare, quello di coloro che non bevono perché sono respinti dai vini acidi, squilibrati, difficili. Ora basta».
La polemica è fortissima: contro Maroni si è scagliato Veronelli mentre i sommeliers e gli uomini del vino Gambero Rosso e Slow Food alzano le spalle: dove vanno a finire la tipicità, i caratteri del territorio, la complessità? Ci dovremo rassegnare a bere vini dolci, o rossi polputi?
Ma mentre i signori del mercato si accapigliano, cosa sta succedendo realmente in Italia? L'ultimo rilevamento dell'Osservatorio del Salone del Vino presentato a Torino ci dice delle ultime tendenze dei consumatori.
Dalla rilevazione emerge con chiarezza la predilizione per il rosso (siamo al 66%) mentre soltanto il 2% dichiara di preferire gli stranieri. Il mito dei francesi, insomma, quasi non esiste più mentre non si è ancora affermata la tendenza, già molto forte sul mercato anglosassone, verso i vini californiani, cileni e australiani. A Parigi ormai è allarme rosso, l'export è diminuito del 20% nel 2000, negli States l'Italia conquista il primo posto nelle importazioni, mentre sul mercato inglese la politica aggressiva dei paesi del Nuovo Mondo si è ormai impossessata della linea dell'alta ristorazione. I californiani, citiamo per tutti la Gallo che produce 600 milioni di bottiglie, vogliono usare proprio la Francia come testa di ponte per conquistare l'Europa. E gli stessi italiani devono ben stare attenti con la politica dei prezzi: già ci sono segnali di invenduto su alcune fasce.
Del resto lo studio presentato a Torino è molto chiaro: il 45% dichiara una spesa media inferiore ai 3 euro al giorno mentre il 40% si attesta tra i 3 e i 6 euro. Solo il 15% dei consumatori è disponibile a spendere più di 6 euro al giorno per bere bene. La domanda è semplice: cosa succederà quando il mercato sarà invaso da buoni chardonnay dal gusto globalizzato alla vaniglia che costano la metà?
Al momento si tratta solo di segnali. Infatti il 70% degli italiani ritiene che il rapporto tra qualità e prezzo sia ancora equilibrato, ma attenzione, i ricarichi dei ristoranti sono ritenuti eccessivi dal 76% degli intervistati.
Come si beve oggi in Italia, dove il consumo pro capite è sceso dai 104 litri del 1975 ai 50 attuali? Ed ecco il colpo alle guide: la scelta del vino è dettata dal gusto (97,% dei casi), dalla fiducia nel produttore (91%), dalla zona (83%), dal prezzo (83,9%), da una degustazione (77%), dai suggerimenti di amici e conoscenti (69%), dalla curiosità (64%), dall'aspetto della bottiglia (47%), dalle offerte promozionali (33%). Fanalini di coda sono le guide e le riviste specializzate (33%) e la pubblicità (22%). Tutto cià rivela le radici che questo prodotto ha ancora nella cultura alimentare italiana, una chiara indicazione a lavorare decisi sulla tipicità del territorio, con buona pace dei vini-frutto.

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