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Il Messaggero

L’enoteca vince se punta sul rosso ... Cosa ranno gli italiani del vino di qualità? Intanto, che lo amano. Sempre più, e sempre più presto rispetto all’età media dei vecchi fan. Se le osterie erano il tempio – umanissimo – dei pensionati, le neo-osterie, wine bar ed enoteche, sono il nuovo luogo di ritrovo e seduzione di giovanotte e giovanotti. Che devono meno, ma assai meglio dei papà e mamme alla loro età. E che del loro nuovo “cult” sanno, un po’. Ma non vanno ancora moltissimo oltre il sentito dire, il messaggio forte veicolato da una distribuzione capillare e il fascino di alcune etichette storiche. Ci pare che si possa leggere così l’esito della prima indagine firmata dall’Osservatorio del Salone del Vino, struttura di ricerca no profit e optional della fiera debuttante al Lingotto di Torino (15-18 prossimi) e organizzata dal “re” del Motor Show, Cazzola. L’indagine, rivolta ai soli vini doc e docg, segnala nel 45% delle enoteche a buon balzo di vendite sul 2000, coi rossi in salita nel 60% e i bianchi nel 38% dei locali. Fermi i rosati. Tra le etichette poi, eccoli là, primo assoluto, il Brunello. Terzo, e primo piemontese, il Barolo. Due grandi blasoni, ma non proprio i più presenti –dati anche i prezzi- nelle mescite dei wine bar. In mezzo, Chianti. Quindi, Barbera e Barbaresco. E poi – ve lo ricordate, bianco nazionale negli anni Ottanta? – il Greco di Tufo, simbolico sigillo a questa “fase uno” di un percorso d’apprendimento che, si spera, scoprirà anche altri target: i tanti autoctoni recuperati, i nuovi vini d’autore. Aspettando nuove verifiche, il mondo del vino italiano si misura intanto nelle due kermesse al varo: il Salone, appunto, e il Festival di Merano, al via domani. Doppio brindisi, allora. E, fuori di statistica, che ne direste di un clamoroso Montepulciano d’Abruzzo ’95 di Valentini? Non molti, certo, lo citerebbero in un’inchiesta a tappeto. Ma se lo si scopre, credeteci, è per la vita.

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