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Il Messaggero

Una domenica di vino: i produttori aprono le porte al pubblico del bere bene ... Chi vuole e può, usi la bicicletta: quest’anno “Cantine aperte” si sposa con le due ruote e in ogni regione sarà possibile andare per bianchi, rossi e frizzanti pedalando sotto il caldo sole di fine maggio lungo itinerari prefissati. Non solo: l’undicesima edizione della manifestazione si tiene anche in nome della beneficenza e in gran parte delle località coinvolte (quasi mille in tutta Italia) è possibile acquistare oggetti per contribuire a cause diverse, dai bambini iracheni alle leucemie, dalle donne disagiate ai tumori infantili. Un anno fa le oltre 900 cantine votate all’iniziativa sono state visitate da un milione gli italiani. Oggi è previsto un sostanzioso incremento, anche perché aumenta il numero dei produttori coinvolti e si ampliano le zone interessate, soprattutto al Sud e nelle Isole. La gente gradisce e “Cantine aperte” è un buon sistema per far conoscere non solo il vino italiano ma tutto il mondo che vi ruota intorno. Con un vantaggio non trascurabile: gran parte delle cantine hanno ormai istituzionalizzato la vendita al pubblico e conoscere nuovi canali di acquisto non può che far bene alle tasche e ai bilanci familiari. Come infatti rileva l’Osservatorio del Salone del Vino elaborando dati Ismea e Istat, i prezzi medi del vino alla produzione sono praticamente fermi dal 1995, con un modesto 1,4% di incremento. Nello stesso periodo l’intero paniere dei beni al consumo è aumentato del 18,8%, ma i doc e i docg rossi sono saliti addirittura del 74,7%. Quasi impercettibile invece il rincaro di doc e docg bianchi, i cui prezzi al consumo sono cresciuti del 5,6%. Percentuali addirittura negative, al contrario, per i vini da tavola: dal 1995 a oggi i rossi sono scesi del 9,1%, i bianchi del 27,2%. Prezzi a parte, nel periodo esaminato i consumi sono diminuiti del 13%. Insomma si beve meno e meglio, si paga tanto e i produttori incassano poco. Dal che si capisce perché gli stessi vignaioli abbiano deciso di investire energie in iniziative come “Cantine aperte” e nelle sue derivazioni (“Calici di stelle” il 10 agosto, “Benvenuta vendemmia” a settembre): il fine è quello di allargare la platea degli appassionati, curando in particolare il mondo dei giovani con concerti, mostre ed eventi vari in ogni cantina. E si comprende anche come ogni edizione della manifestazione si arricchisca di cose nuove. “Debutta” infatti in questo 2003, legato solo indirettamente a “Cantine aperte”, un simbolo per valutare la qualità delle aziende: le foglie di vite. Tre, quattro o cinque foglie a seconda dei servizi proposti dalla cantina in questione, con una categoria d’eccellenza rappresentata dalle cinque foglie d’oro, di cui si è fregiata per prima la cantina Lungarotti di Torgiano, in Umbria. Fin dagli anni Sessanta capace di costruire un piccolo sistema turistico integrato basato sul vino: museo del vino, museo dell’olio, agriturismo, albergo-ristorante, oltre naturalmente alla cantina. Dalle 10 e fino a sera (ieri ci sono state ricche anticipazioni un po’ dovunque), c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il record di partecipazione spetta alla Toscana, con 200 aziende aperte, ma tutte le regioni sono ben presidiate. Un quadro completo è presente sul sito www.movimentoturismovino.it, l’associazione che organizza l’evento. Da segnalare come iniziativa più originale quella di Ca’ Tullio ad Aquileia, dove sarà inaugurata la “Taberna romana”, fedele ricostruzione di un hostaria romana con tanto di termopolium e triclinium. Domenica 25 Maggio 2003 Chiudi

La storia insegnata dalle cantine
Dall’antica Colchide alla Napa Valley, l’evoluzione della civiltà

di GIACOMO A.DENTE Cantine aperte o della “glasnost” del vino. La novità di oggi rispetto al passato si caratterizza col movimento dei consumatori, con la crescita di un segmento di appassionati, sempre più competenti, che viaggiano, visitano, scoprono i luoghi dove nasce un’etichetta. Dal vino in un certo qual senso “astratto”, fatto solo di profumi e sapori che si acquista in enoteca, il salto culturale è l’appropriazione dei luoghi del vino, fatti di paesaggio, vigneti, storie, città d'arte. Contestualizzandosi il vino diventa racconto, un ombelico potente con un territorio e con la sua gente, della quale è espressione non meno del campanile di una chiesa. Si aprono le cantine e si innesca così un movimento di importante contenuto culturale, senza contare il valore aggiunto, in termini di opportunità turistiche, per un’area determinata, che si tratti del Chianti, o delle Cinque Terre. Infinite storie si possono raccontare all’ombra del vino, magari partendo proprio dal suo luogo più intimo e segreto, la cantina. Due le immagini per un affresco ideale. La prima è nella Colchide degli albori della storia, la meta di Giasone e dei suoi argonauti, l’attuale Georgia. Qui il primo vino matura sotto mucchietti regolari di terra, nel “marani”, riposto nei “kweri” delle giare oblunghe di ceramica tappate con legno di quercia. All’altro estremo le cantine Gallo, in California, uno sterminato stabilimento avveniristicato di dimensioni tali che occorre sorvolarle con un aereo per rendersi conto delle dimensioni. Tra questi due estremi il viaggio potrebbe continuare a Pilo, nella reggia di Nestore, il re omerico che partecipò alla guerra di Troia, dove gli archeologi moderni hanno trovato più di seimila “pithoi”, le grandi anfore dove il prezioso nettare veniva lasciato a invecchiare in ambienti freschi. Meno solenne, ma vivacissima, sarebbe stata anche una puntata a Pompei, prima dell’eruzione. Come a Bordeaux molti secoli dopo, infatti, le botteghe dei ricchi produttori erano luoghi dove la casa si prolungava nella cantina, e molto spesso nel luogo di mescita. Il Medioevo è invece racconto di cantine di monaci. La storia dei grandi crus della Bourgogne nasce infatti dai cistercensi di Citeaux. Un fenomeno che sarebbe stato imitato in tutta la regione, dalle suore di Notre Dame de Tart a Morey, al Clos de Bèze, dal nome dell’abbazia al confine con la Sassonia. Stessa cosa in Germania, dove i torchi dell’abbazia di Kloster Eberbach diventano proverbiali, non meno della botte colossale da 70mila litri costruita ai primi del ’500 e diventata protagonista di titaniche sbronze, quando nel 1525 il convento fu saccheggiato. Un grande salto e, in pieno XVIII secolo, ecco la botte colossale sormontata da pista da ballo di Konigstein, oppure le cantine ricche dei più grandi tesori della Franconia, della Rezidenz a Magonza con affreschi di Tiepolo del principe vescovo Karl Philip von Grieffenclau. Un capitolo a parte vale per le cantine come luogo alchemico, dove il vino, materia viva, diventa oggetto di esperimento e di scoperta. Era certamente così Hautvillers, vicino a Epernay, dove nel XVII secolo Dom Pierre Pérignon, mise a punto i fondamenti della tecnica dello Champagne. E il viaggio potrebbe continuare lungo le tracce della muffa nobile, che attaccando l’uva, trasferisce al vino caratteristiche di irripetibile eleganza, un viaggio che parte dalle cantine di Sauternes a Bordeaux, prosegue lungo i cunicoli dove si affina ancora oggi il prezioso Tocai, vino carissimo agli imperatori d’Austria. Sempre in cantina, anche per vivere una storia che parla di materiali: dalle prime botti, già come quelle di oggi costruite intorno al III secolo a.C. dai Celti con legno cerchiato di ferro, alle grandi vasche d’acciaio computerizzate.

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