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Il Messaggero

Tanto sole, ma niente acqua: l’estate “africana” ora minaccia la qualità della vendemmia 2003 - Quando è troppo, è troppo. Troppe piogge, muffe e grandine nel 2002; gelo ad aprile e poi caldo di quelli che una volta si dicevano africani (ma che ci stiamo avvezzando a considerare indigeni), più il colpo di bazooka della siccità, nel 2003. Col rischio di far inanellare due vendemmie non felici all’Italia da vino. Si tratta ovviamente di generalizzazioni, visto che in vigna il cosiddetto microclima, le differenze da piccola zona a piccola zona, contano. E siamo poi ancora a livello di pronostici. Alla raccolta, anche delle uve bianche più precoci, manca ancora qualche settimana.
Ma, certo, quello dello “stress idrico” al momento è un fantasma che aleggia su molti dei vigneti della penisola. Il rischio - paradossale, se letto alla luce delle convinzioni più superficiali che circondano ancora questo mondo - è che tanto solleone non porti l’uva a maturazione. Perché in questi casi, in carenza d’acqua, è la pianta a difendersi. Prova a salvare se stessa, e smette di “accudire” il frutto.
Così, se le previsioni di Ismea e Unione italiana vini indicano per ora una produzione quantitativamente superiore allo sfortunato 2002 (50 milioni di ettolitri contro 44) il problema è: quanta di quest’uva sarà davvero abbastanza a punto da poter entrare nel prodotto di qualità? È quest’ultimo dunque a rischiare deficit. E la tentazione di compensare con aumenti di prezzi - dell’uva stessa e, a cascata, del vino - si scontra con una situazione (mondiale) di mercato poco favorevole. Il vino italiano è reduce da un impetuoso boom, di stima e quotazione per bottiglia, meritato e felice, che si può però considerare archiviato già un anno fa. Ora è tempo di misurarsi con altre realtà, e altre concorrenze globali. Pena, finir fuori dagli scaffali mondiali che contano.

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