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Il Sole 24 Ore

La crescita dei costi spaventa produttori e filiera del vino … Dopo un 2021 record, con l’export a 7,1 miliardi (+12,4%) , arriva la tempesta perfetta : i rincari di vetro, imballagi e noli marittimi fanno prevedere agli operatori un calo dei ricavi del 2,5-3%... Non sono passati nemmeno sei mesi dall’ultimo aumento imposto del 15%, che sulle scrivanie dei produttori italiani di vino i vetrai hanno presentato un nuovo. salato conto: “A partire da aprile ci hanno chiesto un altro 15% in più - racconta la presidente di Federvini. Micaela Pallini - è inutile accettare ordinativi, quando non abbiamo le bottiglie per riempirle coni nostri prodotti. né disponiamo del cartone per imballarli”. Come per molti settori, l’aumento dei costi è la spada di Damocle sulla crescita anche del comparto del vino. Tanto che Micaela Pallini ha recentemente definito il 2022 “l’anno della tempesta perfetta”: dopo un 2021 da record, con l’export del comparto che ha toccato i 7,1 miliardi di curo - il 12,4% in più dell'anno precedente - il combinato disposto dello scenario di guerra e dell'aumento dei prezzi rischia di pregiudicare le performance sia sul mercato interno sia su quelli esteri. Il tema dei costi sta tenendo banco anche al Vinitaly, la cui 54esima edizione si è aperta domenica e andrà avanti fino a domani. Secondo i calcoli della Coldiretti, dall’inizio della guerra in Ucraina l’aumento subito dai produttori è stato del 35%, “Il prezzo del tappi di sughero è cresciuto del 20% - ha ricordato ieri il presidente dell’associazione, Ettore Prandini, intervenendo a Verona - mentre per le etichette e i cartoni di imballaggio si registrano rincari fino al 45%. Il trasporto su gomma costa il 25% in più, i noli marittimi hanno subito aumenti tra il 400% e il 1.000%. Mentre per l’aquisto di macchinari, soprattutto quelli in acciaio, é diventato impossibile persino avere del preventivi... Aumento dei costi di produzione e diminuzione del potered’acquisto del consumatori sono binomio foriero di scenari decisamente meno rosei di quelli del 2021: “Il vino italiano subirà quest’anno una contrazione del proprio fatturato del 2,5%-3%”, ha detto ieri a Verona, senza mezzi termini, il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti. “Il quasi completo azzeramento delle vendite presso i mercati emergenti coinvolti nel conflitto - ha aggiunto - ma soprattutto l’escalation dei costi di produzione, dell’inflazione e il crollo della fiducia dei consumatori sta creando una spirale particolarmente negativa sul vino italiano”. Come se non bastasse, a minare la competitività del vino italiano sui mercati esteri, il rincaro dei prezzi di produzione non è uguale in tutto il mondo: “Negli Stati Uniti, per esempio - spiega la presidente di Federvini, Micaela Pallini – l’energia costa molto meno, e quando ai distributori americani chiedo di rivedere i listini al rialzo, in virtù di un aumento dei costi del 10-15%, mi sento rispondere che non ne vedono la necessità perché a loro non risultano rincari di questa portata. Oggi i produttori italiani, solo per il trasporto, pagano tre dollari in più a bottiglia, saliamo a 5 dollari se sommiamo il resto degli aumenti. Mentre un produttore di vino californiano, al massimo, deve sostenere un aumento dei costi di 1,5 dollari a bottiglia”. Produrre vino in Italia oggi costa di più anche rispetto alla Francia, il nostro grande competitor sul mercati internazionali: “I francesi pagano l’energia molto meno di noi - dice Micaela Pallini - e poi i produttori possono contare su grandi catene della Gdo che li sostengono nell’export”. Se dunque sembra difficile replicare tassi di crescita da record per il vino italiano all’estero, nessuno si sogna di mettere in dubbio che le bottiglie italiane continueranno a generare all’estero oltre il 50% del fatturato di settore. Tutto sta a capire quale saranno le migliori direttrici per questo 2022. Denis Pantini, responsabile agroalimentare e wine monitor di Nomisma, mette le mani avanti: “Con la guerra, gli scenari cambiano da una settimana all’altra e le certezze di fine 2021 non sono più così granitiche. Con l’uscita dalla pandemia. per esempio, l’Europa faceva presagire un export vinicolo in crescita. Ora però interviene la questione economica, la crescita rallenta e si riducono i livelli di spesa un certo impatto sugli acquisti di vino me lo aspetto. La Corea del Sud negli ultimi due anni ha raddoppiato le importazioni dall’Italia, ma ora anche lì è tornato Covid e i consumi potrebbero risentirne”. I mercati che terranno? “Voglio essere ottimista - dice Pantini - e pensare che negli Stati Uniti, essendo usciti dalla pandemia, la crescita dell’export sarà sostenuta anche quest’anno. Sulla Cina invece ho qualche dubbio: prima era il quarto importatore mondiale di vino, ora è scesa sotto il quinto posto, e gli italiani non sono riusciti a guadagnare terreno nemmeno l’anno scorso, quando l’embargo di Pechino sui vini australiani poteva essere un occasione da cogliere”. Insomma il vino made in ltaly, almeno all’estero, continuerà a crescere. Meno, ma crescerà: impensabile, con le ombre del rallentamento economico che si allungano all’orizzonte, ripetere le performance del 2021, quando gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di vino italiano del 18%, la Francia del 17,8% e la Spagna del 17,2%. Per quanto riguarda i consumi nazionali attraverso il canale della grande distribuzione, la ricerca Iri presentata ieri a Vinitaly certifica per il 2021 una spesa di 3 miliardi di curo, con un aumento dell’1,8% a volume e del 5,9% a valore rispetto all’anno precedente e con un prezzo medio di 5,55 euro a bottiglia acquistata. E se per i primi mesi del 2022 l’Iri non sembra registrare nessun aumento significativodei prezzi, l’inflazione e le conseguenze della guerra in Ucraina non fanno ben sperare per i prossimi mesi dell’anno.

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