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Il Sole 24 Ore

Bella vigna di città … Vigneti urbani. Si chiama Uva (Urban Vineyards Association) la prima rete nata per tutelare questo patrimonio storico prezioso e incentivare l’enoturismo culturale... C’è una storia dimenticata dietro la vigna di Leonardo a Milano, che nel 1498 il duca Ludovico il Moro regalò al genio da Vinci, e ci sono leggende dedicate alle vigne imperiali di San Venceslao che già nel X secolo si inerpicavano verso il castello di Praga. Mentre a Vienna furono i Romani a portare i vigneti e oggi nell’area urbana si estendono per 690 ettari coltivati da “vignaioli urbani”, i filari a Clos Montmartre li avevano piantati i Benedettini e anche a Siena alcuni vitigni antichi si son salvati grazie ai monaci, così come a Venezia le uve sono coltivate dal XIII secolo nel chiostro di San Francesco della Vigna. Ci sono secoli di storia nascosti trai filari impiantati all’interno delle mura cittadine, anche se oggi il modello è stato ripensato e adattato con i tralci sui tetti dei palazzi - come Rooftop Reds a Brooklyn - o con il ripristino della viticoltura nel cuore dell’antica Pompei, avviato un quarto di secolo fa dall’azienda Mastroberardino, mentre non mancano le cantine urbane che, da Milano alla Nuova Zelanda, accolgono in centro città solo la fase di vinificazione.
Enoturismo culturale Moda? Proposta sfiziosa per enoturisti poco interessati alla campagna? Secondo i fondatori della Urban Vineyards Association - la rete internazionale nata per mettere in sinergia il lavoro di questi particolari vignaioli che, all’ombra di palazzi e monumenti, coltivano uve intrise di storia e bellezza - si tratta invece di tutelare il patrimonio storico, enoico e paesaggistico rappresentato dalle vigne situate all’interno dei centri abitati. L’idea è nata a Torino, dove la Vitivinicola Balbiano è stata incaricata dalla Soprintendenza di ripristinare la vigna progettata dal principe Maurizio di Savoia all’inizio del Seicento all’interno della tenuta sabauda Villa della Regina (dal 1997 sotto tutela Unesco). Nel 2011 il vigneto è stato reintrodotto nell’area Doc del Freisa di Chieri e oggi produce un Freisa che porta il nome della dimora storica. “Esistono numerose esperienze storiche di viticoltura urbana nel mondo e ci sembrava interessante metterle in rete - spiega il presidente di Uva Luca Balbiano -. C’è molta storia da raccontare, ci sono operazioni culturali importanti. Abbiamo creato il network per fare da megafono su scala internazionale a una proposta che segue la linea di un turismo lento, sostenibile e di qualità all’interno del tessuto urbano”. All’interno di questo progetto, che ha una matrice culturale, sono presenti al momento realtà pubbliche e private in Italia e in Francia, ma Balbiano conferma che si lavora per l’inserimento di Praga, Stoccarda e Londra, ma anche di Avignone e Berlino. “Intendiamo coinvolgere iniziative interessanti anche se privi di una storia di secoli alle spalle, ma con una progettualità forte orientata alla valorizzazione della viticoltura nella nicchia urbana - chiosa Balbiano -. Non vogliamo essere elitari, ma vorremmo tenere una focalizzazione su percorsi di enoturismo culturale: la degustazione in vigna con il produttore deve avere dietro anche una storia forte da condividere”. Giro d’Italia Partendo da Torino, un ideale enoturista urbano può raggiungere Milano sulle tracce di Leonardo da Vinci, che nel 1498 ricevette da Ludovico Maria Sforza una vigna di circa 16 pertiche (circa un ettaro), alla quale rimase affezionato fino alla morte. Le ricerche della Facoltà di Scienze Agrarie di Milano hanno riportato alla luce i filari ancora esistenti un secolo fa, individuando il Dna del vitigno coltivato nel Rinascimento. In fondo al giardino di Casa degli Atellani è stata dunque reimpiantata la Malvasia di Candia aromatica e con la prima vendemmia (nel 2018) l’uva è rimasta a fermentare a buccia all’interno di un’antica anfora in terracotta per produrre il Vino di Leonardo. Le prime 330 bottiglie verranno battute all’asta in marzo. Più a Est si scopre San Francesco della Vigna, il vigneto urbano più antico di Venezia. Nel complesso monastico a Sant’Elena, uno dei tre chiostri è adibito a vigneto e curato dai frati con i tecnici del gruppo Santa Margherita; il vino (prodotto a marchio Santa Margherita) si chiama Harmonia Mundi. Oggi l’associazione Laguna nel Bicchiere ha esteso la viticoltura veneziana anche ad appezzamenti tra Sant’Erasmo e Mazzorbo. Scendendo in Toscana, il progetto Senarum Vinea per la valorizzazione del patrimonio viticolo autoctono e delle colture storiche tra le mura di Siena (ideato dal Laboratorio di Etruscologia e Antichità Italiche dell’Università) ha portato al recupero di ceppi centenari di 20 vitigni autoctoni e minori come Tenerone, Salamanna o Mammolo. Le prime microvinificazioni curate dall’azienda Castel di Pugna hanno rivelato ottime potenzialità per San Colombano, Giacchè e Gorgottesco (e l’idea è di arrivare a una Doc). Più a Sud, passando per i vigneti di Roma e Napoli, la Vigna del Gallo dell’Orto Botanico di Palermo custodisce 95 viti di vitigni autoctoni, testimonianza della biodiversità dell'isola. Il progetto, avviato dall’Università cittadina col Consorzio Doc Sicilia dove era il vigneto appartenuto al duca Ignazio Vanni d’Archirafi, ha portato al recupero di vitigni reliquia come Prunella, Muscaredda, Corinto bianco, Cutrera, Zuccaratu e Visparola.

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