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Il Sole 24 Ore

A me mi piace - Ecco il gusto internazionale ... E' sempre più ricorrente nelle presentazioni dei vini, bianchi o rossi che siano, la definizione "gusto internazionale". Un modello vincente per chi vuole vendere o esportare. Mi sono chiesto più volte che s'intendesse con questa espressione e fin qui avevo capito solo che per essere nel hit parade dei guru - a cominciare da chi detta legge come Parker e la rivista "Wine Spectator": suggeritori del mercato più importante al mondo, gli Stati Uniti - è necessario prima di tutto disporre di buone relazioni da parte dei wine maker, degli importatori eccetera (cosa non illecita dato che i lobbisti negli Usa sono ammessi, se dichiarati...), quindi adegarsi a quel gusto predicato e seguito nel nuovo mondo del vino. Una modalità intelligente, per gli americans & C., per ridurre nel breve periodo quel gap storico-culturale rispetto al vecchio continente. Un modello basato su vitigni apolidi (cabernet sauvignon, chardonnay eccetera), su tecniche di cantine uniformi (barrique eccetera), sulla scarsa importanza attribuita al terroir. Insomma il vino diventa una commodity che va non dove porta il cuore, bensì dove il vigneto e la mano d'opera costano meno. All'improvviso, alla maniera di Forrest Gump o di Chance il giardiniere, mentre scorrevo le pagine di Giddens ho compreso anch'io cos'è questo gusto internazionale ... meglio tardi che mai. Altro non è che, per il wine, ciò che rappresenta Mc Donald's per il food: il gusto internazionale è il gusto globale, che omologa il palato e distrugge le diversità. Mi chiedo allora che differenza passi fra un vino di un vitigno apolide prodotto in Cile o in Argentina e lo stesso ottenuto in Napa Valley o in Piemonte o in Puglia o in Australia, vinificato e affinato allo stesso modo dalla mano dello stesso wine maker. La risposta più banale è che in realtà i diversi territori (l'unico bene non trasferibile, come insegna il grande Italo Calvino) possono influire, rendendolo diverso, sul gusto di un vino. Considerazione verissima se le differenze sono sono anch'esse uccise da un processo di produzione ormai omologato. Così come per energica reazione a Mc Donald's, Starbucks e ai simboli dell'omologazione sono tornati a nuova vita i giacimenti e i prodotti in via di estinzione, di fronte ai vini etichettati con la nuova sigla "gusto internazionale" cominciano finalmente a riapparire i vitigni autoctoni, minori, locali, antichi, vecchi, domestici e indigeni (così come ama definirli Attilio Scienza). "Autoctono", ben s'intende, è un concetto legato allo spazio (in quanto originario di quel luogo) e non al tempo. Il fenomeno conferma in piena regola le tesi di alcuni antropologi, secondo i quali di fronte alla cultura dominante (il gusto internazionale) le minoranze si difendono e rafforzano. Ebbene al recente Salone del Vino di Torino è emersa, durante una degustazione organizzata da Francesco Batuello, un'altra corrente, decisamente minoritaria, che si oppone al gusto internazionale: quello dei vini naturali (un termine assai controverso e impegnativo!). Leader "naturale" è Josko Gravner, noto produttore di Breg, Ribolla Gialla eccetera di Oslavia, mentre emergente è Alessandro Sgaravatti del Castello di Lispida (produttore di un bianco Terralba e di un rosso sangiovese-merlot sui Colli Euganei) che si rifa alle teorie in agricoltura naturale del giapponese Masanobu Fukuoka, autore di numerosi testi ("fattoria biologica", "la rivoluzione del filo di paglia", "il ritorno alla natura"). Una minoranza su cui vedremo punatiti i riflettori in futuro. Sine qua non (siamo qua noi).

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