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Il Sole 24 Ore

Il vino scommette sul cambio fisso per esportare in Usa … Il super-euro offusca il dollaro creando difficoltà all'export del vino made in Italy? Gli allarmi si moltiplicano, ma alcuni vignaioli hanno deciso di aggirare i rischi legati al cambio e alla svalutazione competitiva del biglietto verde. Un gruppo di produttori, d'accordo con i propri importatori d'oltreoceano, si sono inventati un rapporto virtuale del cambio euro-dollaro più basso (1,10 per un biglietto verde) di quello ufficiale (ieri 1,15) e davanti alle incertezze sul corso valutario hanno stabilito di tenerlo congelato per un po'. «Almeno sei mesi, dopo di che se sarà il caso procederemo a una revisione del rapporto di cambio», dice l'imprenditore romagnolo Umberto Cesari. Che, insieme ai toscani della Carpineto e ai Montresor di Verona, è reduce dagli Usa dove con l'importatore Opici del New Jersey hanno siglato un patto di stabilità del cambio euro/dollaro valido fino alla fine dell'anno. L'accordo risale ad alcune settimane fa, quando l'euro viaggiava oltre la soglia di 1,18. Le voci però, corrono più veloci dei cambi e già altre maison nostrane, ma anche francesi e spagnole, si apprestano a fare altrettanto, per competere con i produttori dell'emisfero Sud. Di più. C'è chi assicura - come fa Alessandro Berselli, selezionatore di vini italiani per conto di grandi gruppi multinazionali - che in questa direzione si stanno orientando importatori del calibro di Palm Bay e Vias, ai quali prestigiosi marchi dell'enologia europea hanno affidato la rappresentanza dei propri prodotti. «Con questo accordo - dichiara Cesari - rinunciamo in anticipo a una parte anche significativa dei nostri margini di profitto: mediamente dal 5 al 10% circa. È un sacrificio che facciamo anche perché ci viene compensato dall'impegno del distributore a ritirare tutta l'ordinazione fatta e a ridurre il prezzo sullo scaffale, mantenendolo stabile nel tempo». E questo, chi conosce l'America lo sa, è un valore che il consumatore d'oltreoceano apprezza e premia più che altrove. Prudente Paolo Montresor: «Non so se con il cambio fisso aumenteremo le vendite, ma sono sicuro che non ne perderemo. E di questi tempi, con i nuovi concorrenti che premono, non è cosa da poco». Lo scenario cui allude Montresor è infatti quello di un mercato che, dopo l'euforia degli ultimi anni, rischia di essere stravolto dall'esuberanza dei nuovi concorrenti. È noto che il vino italiano all'estero ha scalato molte posizioni; e ciò vale soprattutto sul mercato nord americano, dove la leadership italiana non è più solo quantitativa ma anche di valore. Negli ultimi mesi, però, il vento ha cominciato a girare in altra direzione e i nostri prodotti sono finiti sotto attacco degli australiani, forti dei loro buoni vini con prezzi decisamente competitivi. E questo non solo grazie a una legislazione che permette ai vignaioli australiani di produrre con costi più bassi dei nostri, ma anche per una struttura imprenditoriale più efficiente rappresentata da quattro grandi compagnie in grado di sviluppare strategie di mercato che le migliaia di aziende esportatrici italiane non riescono a fare. A questo si aggiungano i rincari fino al 30% dei prezzi delle uve in Italia, complice la scarsissima vendemmia 2002, e l'impennata dell'euro sul biglietto verde (+30% in un anno). Ecco perché il rischio di finire fuori gioco è diventato più che reale per Chianti e Nero d'Avola, Soave e Pinot Grigio made in Italy. E non è nemmeno il caso di rallegrarsi nel vedere l'ulteriore crescita dei nostri flussi verso gli Usa - secondo l'Iwfi di New York nei primi quattro mesi dell'anno c'è stata una crescita del 9% in quantità e del 29% in valore - perché in realtà il "pieno" lo ha fatto ancora una volta l'Australia con un +60% in quantità e un +56% in valore, portandosi ormai a un passo dal vertice. E allora? «Con questo accordo sul cambio fisso - osserva Antonio Mario Zaccheo della Carpineto - noi non intendiamo sostituirci ai governi e alle autorità finanziarie, ma solo dare una risposta che riteniamo originale per rimanere competitivi». (articolo arretrato de “Il Sole 24 Ore” del 6 luglio 2003)

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