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Il Sole 24 Ore

Il vino supera la crisi puntando sulla qualità - Il vino può essere un prodotto di lusso? E se sì, è vero che come tutti i prodotti di lusso sfuggono alle crisi economiche? “Certo che il vino può essere un prodotto di lusso, ma attenzione a non lasciarsi incantare dai cantastorie”, risponde Jacopo Biondi Santi, montalcinese, figlio d’arte di quel Clemente che all’inizio dell’ottocento avviò la selezione del vitigno di Sangiovese grosso che ha dato i natali al Brunello. “Dietro a una proposta di alta qualità – dice il giovane imprenditore- c’è sempre la storia di un’azienda che ha creduto e crede in un modello esclusivo di lavoro. Per esempio, dietro la nostra riserva di Brunello ci sono decine di anni di storia e di investimenti”. Quanto ai prodotti di lusso che non sentono la crisi, Biondi Santi non ha mezze parole: “Il tempo delle frottole è finito. Di fronte a una crisi come quella che ha colpito il mondo intero, forse i prodotti di lusso l’hanno avvertita meno perché si tratta di un mercato circoscritto, ma non credo a chi racconta che non c’è stato nulla”. Reduce con gli altri partner del club Alta Gamma dal convegno sullo stato di salute dei prodotti di lusso del made in Italy, Biondi Santi – numero 450mila bottiglie e un fatturato che sfiora i 10 milioni di euro – sa che il guado non è finito, ma resta comunque ottimista per il futuro. “Se non lo fossi – ammette – dovrei rinunciare; invece eccomi pronto a nuove sfide”. Come quella che l’ha portato ha investire in nuove aziende (il Castello di Montepò in maremma, 600 ettari di colline con 48 ettari di vigneti nuovi, ha richiesto una spesa complessiva di 15 milioni di euro) in nuovi vini a cui non ha mancato di dare subito una connotazione specifica ed esclusiva di grande valore intrinseco. D’altra parte non poteva che essere così, visto che a Montepò non ci si è limitati a piantare dei vigneti. “Questo è stato l’ultimo atto del progetto e, tutto sommato, il più semplice” racconta Jacopo Biondi Santi. Aggiungendo che a Montepò “sono stati eseguiti lavori che hanno comportato il monitoraggio dell’ambiente e del territorio circostante, l’analisi delle correnti dei venti e tutto quanto riguardi la morfologia e le condizioni pedoclimatiche dei terreni. I risultati sono stati computerizzati e oggi siamo in grado di sapere tutto su come e quando fare interventi in vigna”. Un lavoro complesso ma anche oneroso fatto con il ricorso a mutui di lungo termine. E allora, perché non ricorrere ai future applicati al vino? Una via peraltro scelta da diverse altre aziende, soprattutto toscane. “Rispetto le aziende che hanno seguito questa via – replica Biondi Santi - , ma io non credo alle operazioni virtuali. Intendiamoci: un conto è vendere a termine secondo l’uso di Bordeaux, dove il prodotto esiste sin dalla nascita; un altro conto è mettere in vendita bottiglie di un prodotto che è destinato a diventare Brunello solo dopo anni.
“Finchè il vino è atto a divenire Brunello di Montalcino – precisa - , per me è un prodotto virtuale. Quindi chiedo: chi si Assume le responsabilità di garantire all’acquirente del contratto che quelle partite di vino dopo glia anni di affinamento abbiano le caratteristiche per essere Brunello? Io nel 2002, dopo avere visto i risultati della vendemmia, ho declassato tutti i miei Brunello a Rosso di Montalcino. Ora, se penso che questo atto ha significato rinunciare in partenza a 250 euro la bottiglia delle riserve per i 10 euro del Rosso, mi tremano i polsi. Ma sono convinto che era la cosa giusta da fare”.

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