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Il Sole 24 Ore

Negli Usa vince il made in Italy ... Stati Uniti più ricettivi che mai al vino made in Italy. Che continua a consolidare la trentennale leadership nei volumi (e da un paio di anni anche per valori), staccando i due più immediati e temuti inseguitori, vale a dire la blasonata Francia e la new entry Australia. Quell'Australia che non più tardi di quattro mesi fa ha fatto sua la seconda posizione tra i maggiori fornitori di vini sul mercato nordamericano, e facendo intuire che quanto era accaduto alla Francia poteva succedere anche all'Italia. Ma il consuntivo di maggio e dei cinque mesi dell'anno elaborato dall'Italian wine food institute di New York dice che così non è stato, anche se la questione non può considerarsi del tutto accantonata. È infatti accaduto che nel solo mese di maggio l'export di Chianti, Soave, Barolo e altri vini tipici del ventaglio di offerta del made in Italy ha conseguito un ulteriore incremento quantitativo del 10% (su maggio 2002), rispetto a un modesto +4% degli australiani e a un addirittura -20% accusato dai francesi. Quanto al valore, tutti e tre i Paesi sono in terreno positivo, con i primi due Paesi che si fronteggiano tra il 19 e il 18% e una Francia che sfiora il 50 per cento. Secondo l'Iwfi, le spedizioni di vini italiani in Usa nei primi cinque mesi dell'anno hanno totalizzato 787mila ettolitri per 318milioni di dollari, in crescita rispettivamente del 10 e del 26 per cento. Contemporaneamente, i vini australiani hanno sfiorato i 600mila ettolitri (+44%) per 245milioni di dollari (+46%), mentre i francesi si sono fermati a 355mila ettolitri (-1%) ma con un valore ben oltre i 312 milioni di dollari. Alla base della buona performance italiana - spiega il direttore dell'Iwfi, Lucio Caputo - c'è indubbiamente l'elevato standard qualitativo dei nostri vini ma c'è anche la maggiore consapevolezza delle case vinicole di praticare rincari dei listini tutto sommato accettabili. «È un fatto che anche quando questi rincari sono avvenuti - osserva il vignaiolo Roberto Felluga dell'omonima casa vinicola friulana - sono stati fatti tenendo d'occhio sia i costi reali del processo sia le oscillazioni di cambio intervenute tra dollaro e euro, e comunque restando sempre al di sotto degli effettivi ricari che avremmo dovuto fare». Ma c'è chi come Gianluca Bisol, dell'omonima azienda spumantistica di Valdobbiadene, che affacciatosi di recente sul mercato Usa ha visto triplicare in un solo anno le proprie esportazioni di Prosecco. La causa? «Un prodotto di assoluta qualità offerto a un prezzo equo», dichiara l'interessato. Ma lo stato delle cose fa capire che a quanto già detto va aggiunto anche il travaso di quella parte della domanda di quei consumatori che, in seguito alle divergenze Usa-Francia sulla guerra in Iraq, hanno attuato il boicottaggio nei confronti dei vini made in Francia. Con il calo che in un primo momento era atteso a marzo-aprile, ma è arrivato a maggio come era giusto che fosse, visto che le consegne di questo mese corrispondono agli ordinativi effettuate a gennaio-febbraio. Dunque i conti tornano. Quanto alla corsa con il freno a mano inserito dell'offerta australiana, è convinzione del direttore dell'Iwfi che si tratti più che altro di cautela degli stessi australiani che sanno di non potere avere (per ora) le disponibilità di prodotto che vorrebbero avere. E che probabilmente avranno fra qualche anno, con la conseguenza che allora la lotta per conquistare spazi sugli scaffali sarà certamente molto più dura. Una lotta, questa, che il barolista Pio Boffa della Pio Cesare di Alba denuncia da tempo, osservando che «il mercato non è mai stato facile. Ma con il numero dei competitori che cresce, va da sè che il confronto va allargato. E oggi i fatti dicono che non basta fare solo buoni vini, bisogna saperli anche vendere magari intervenendo sulla leva dei prezzi».

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