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Il Sole 24 Ore

Una versata ignoranza ... Il coro cresce giorno per giorno al grido di: «Autoctoni, autoctoni, autoctoni». Ormai tutti li chiedono, tutti li vogliono: si tratta dei vini ottenuti da vitigni autoctoni, o storici, o territoriali, a seconda del punto di vista di ricercatori, docenti, vignaioli e wine maker. Di fronte a questa domanda - che, come vedremo, per il momento è solo di facciata - mi sono chiesto più volte se il ritorno al Nero d'Avola, al Sagrantino, al Fiano, alla Falanghina, al l'Aglianico, al Sangiovese, al Nebbiolo, al Negro amaro, al Tazzelenghe, al Pignolo, al Nerello, al Mantonico, al Falerno, al Montepulciano d'Abruzzo, al Trebbiano eccetera, rappresenti lo stesso fenomeno che ha interessato negli ultimi anni i prodotti tipici, cioè a dire un ritorno alle radici, al territorio, alla memoria storica, oppure se siamo di fronte a una reazione forte al gusto internazionale, affermatosi con vini dei vitigni "apolidi" (cabernet sauvignon, merlot, chardonnay, sauvignon eccetera). I due aspetti sono in realtà un Giano bifronte che si chiama "omologazione" o ancor più in generale "globalizzazione". Che sia dunque una fuga da questa "notte in cui tutte le mucche sono nere"? Chissà, ma ormai è acclarato che la globalizzazione dal punto di vista culturale (e quindi anche sensoriale) produce omologazione ma anche diversità. I conti quindi non tornano. Il ritorno ai vitigni "storici" o "autoctoni", infatti, non incarnano in sé né l'uno né l'altro aspetto. A meno che il "diverso" vinicolo in un mondo globale non sia una versione del vino con radici antiche: sia esso il nero d'avola o appunto il negro amaro, ma contaminato dal merlot o dal cabernet sauvignon. Tutto questo sta accadendo nella realtà della produzione made in Italy. È quasi una constroprova di ciò che da tempo vanno sostenendo alcuni antropologi nel settore culturale, dove le minoranze si rafforzano di fronte a una cultura dominante. E poi c'è ancora qualche "ignorante" (nel senso di persona che ignora) che disconosce al sistema cibo un alto valore. Il ritorno all'autoctono c'è, eccome. Non usiamo la parola "moda" in quanto effimera, rischieremmo di distruggere un patrimonio in via di salvezza. Meglio è utilizzare il termine "tendenza". Il problema è d'altro canto che i vini cosiddetti autoctoni sono ben percepiti da "quelli del vino" ma non ancora dai consumatori, come mostra assai bene una ricerca ad hoc della Fiera di Gorizia realizzata per Vinum Loci, nella quale emergono aspetti sconcertanti: il 30,3% degli intervistati (in tutta Italia) definisce "autoctono" il Tavernello, contro il 29,8% che ritiene tale il Marzemino, il 24,8% il Teroldelgo, il 18,5 % il Sagrantino. Insomma sempre più, giustamente, si parla di vitigni autoctoni, ma i consumatori sono ancori lontani dal distinguerne le varietà, e soprattutto l'origine. Viene da chiedersi allora se la domanda di vini quali appunto il Barolo, il Barbaresco, il Brunello, la crescita dei vini siciliani (targati Nero d'Avola) i vini pugliesi siano solo retaggio degli appassionati, mentre il cliente "normale" tuttora sia ancora abbagliato dalla pubblicità. Se così è, come sembra dall'indagine, Regioni, assessorati, camere di commercio, consorzi hanno un compito non indifferente: spiegare il territorio a chi lo abita prima di inutili performance in terra straniera.

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