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Il Sole 24 Ore

La finanza corteggia il vino: tra le imprese cresce la domanda di capitali. In Italia su 800.000 aziende solo due sono quotate in Borsa, mentre quattro fatturano oltre 100 milioni di euro … In Italia ci sono
800mila aziende viticole,
300mila hanno una struttura di
impresa ma solo due sono quotate
a Piazza Affari. In Francia,
che ha la metà delle nostre imprese,
sono invece otto quelle
quotate, come negli Stati Uniti;
quattro sono quelle spagnole,
cinque le canadesi e le cilene e
14 le vinicole australiane. E ancora.
In Italia solo quattro gruppi
vinicoli hanno un fatturato
superiore a 100 milioni di euro,
e la quota di mercato dei primi
cinque non va oltre il 5 per
cento. Per contro i primi 5 gruppi
spagnoli - lo dice uno studio
di Borsa Italiana che sarà
presentato oggi in Piazza Affari
- hanno il 10% del mercato;
in Francia si arriva al 13%; in
Cile e Argentina si sale al 50%
mentre in Usa e in Australia si
arriva al 70-80 per cento.
Pochi numeri che evidenziano
un confronto impossibile. E
cioè che in Italia, maggiore produttore
di vino insieme alla
Francia, il punto più debole della
catena è proprio la struttura
del settore, fortemente frazionato
e con imprese sottocapitalizzate.
Una situazione che alla
lunga non può reggere e che
può rivelarsi come
vero tallone
d’Achille dello
sviluppo del settore,
che oggi ha
due sole aziende
quotate: Sella e
Mosca con Campari
e Santra Margherita con
Zignago. Soprattutto in chiave
di competizione internazionale.-
Di qui la ricerca di nuove
strategie, strumenti e alleanze
che permettano di aggirare il
nanismo dell’impresa vinicola
made in Italy. Tutto questo però
presuppone una maggiore
apertura delle imprese vinicole
al mondo della finanza, che al
momento non sembra esserci.
Piero Mastroberardino, imprenditore
tra i più rappresentativi
e presidente di Federvini,
dice: «La Borsa? Non fa per
noi. Così com’è modellata e
regolata è improponibile per le
imprese del vino che, si sa, hanno
logiche e tempi operativi differenti
da quelli di altre imprese
». Gli fa eco Ezio Rivella,
già amministratore delegato di
Castello Banfi e oggi presidente
di Unione italiana vini, secondo
il quale «Piazza affari
costituisce un punto d’arrivo
fuori dalla portata delle aziende
vinicole: queste infatti hanno
una forte patrimonializzazione
a cui solitamente non corrisponde
un margine operativo tale da
incentivarne la quotazione».
Ma i due imprenditori anche
per esperienze dirette (Rivella è
stato il primo in Italia a fare
contratti a termine con i vini
Banfi nel ’96 e Mastroberardino
l’ultimo, un anno fa
con la Banca Campania
nel 2002), sanno bene
che il dialogo con il
mondo finanziario non
solo è necessario ma va
incentivato, consapevoli
che «le nostre imprese
- dichiara Mastroberardino -
possono trovare nelle istituzioni
finanziarie un ottimo alleato per
crescere», e che tra vino e finanza
«esistono opportunità di dialogo
che se ben calibrate possono
portare molto lontano».
Sbaglia però chi pensa che
tali opportunità possano essere
circoscrivibili ai contratti legati
a specifiche partite di vino,
sull’esempio di quanto da tempo
viene fatto con le "vendite
en primeur" nella zona del Bordeaux,
in Francia. Un esempio
che in anni recenti è stato in
qualche modo clonato anche in
Italia da alcune aziende che hanno
lavorato "in proprio". Operazioni
che, salvo qualche caso
fortunato, non hanno avuto un
grande riscontro di mercato.
Ma per Stefano Romiti di Deloitte
& Touche «il dialogo vino-
finanza è assolutamente migliorabile
». Sicchè «se oggi si
assiste a un ritorno all’utilizzo
di strumenti di finanziamento
più tradizionali», questo non impedisce
di cercare nuove iniziative
nei rapporti tra imprese e
investitori. Lo lasciano intendere
l’impegno di non pochi istitui
di credito e di società finanziarie
private che ritengono di
potere migliorare lo strumento
del "contratto a termine", oppure
di quanti pensano che «un
ottimo strumento - lo dice
Christian Roger, general manager
di Vino&Finanza - possa
essere il fondo di investimento
istituito per operazioni ad hoc
nel settore del vino».
Restano però da risolvere alcuni
punti deboli che Borsa Italiana
ha individuato sia tra le
imprese del vino, sia tra gli
investitori. Ma anche i contratti,
che per dare la garanzia necessaria
debbono comunque essere
regolate, non frammentate
e, soprattutto, debbono avere
dei benchmark e prezzi di riferimento
ufficiali. Solo «sulla base
di questi - conclude Capuano - si può cominciare a costruire
prodotti specifici» per il
mondo del vino.

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