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Il Sole 24 Ore

La concorrenza - Performance record di Sud Africa, Cile e California - E sul mercato si affacciano le etichette cinesi C'è un comune denominatore tra i nuovi Paesi produttori di vino nel mondo che è quello di retrodatare il più possibile la data di inizio della propria storia enologica, rispetto al momento di effettiva costituzione dell'azienda. Lo fanno andando a ritroso nel tempo a cercare episodi che abbiano credibilità e permettano ai titolari di cantine e tenute di sentirsi radicati al territorio in cui operano. E di poterlo manifestare. È un fatto che la storia viticola di ciascuno di questi nuovi luoghi deputati al nettare di bacco, comincia sempre con un forte richiamo ai pionieri giunti nei secoli scorsi dalla vecchia Europa. Così è per la California, il Sud Africa, il Sud America, il nuovissimo mondo e persino i Paesi dell'Est asiatico, in testa Cina e Giappone dove pionieri non sono stati gli uomini ma le tecniche e le tecnologie europee. Forse pochi sanno che da una manciata d'anni in Giappone, grazie ai processi di vinificazione made in Europa, s'è cominciato a piantare viti e a fare vino da tavola: ormai se ne produce più di 1,5 milioni di ettolitri che equivalgono pressapoco alla metà di quanto se ne consuma.
Si potrebbe fare l'esempio del Sud Africa, che in dieci anni ha piantato viti a rotta di collo e ha spinto la produzione da 7 a 12 milioni di ettolitri di vino; si potrebbe proseguire con l'Australia, salita a 14 milioni di ettolitri rispetto a 7,5 del 1990, o con il Cile, che in una decade ha visto le superfici vitate aumentare del 30% e arrivare a 160mila ettari. E che dire di Paesi come il Pakistan (10mila ettari: +160% in dieci anni) o l'Uzbekistan (100mila ettari) che per motivi religiosi con il vino hanno sempre avuto poca dimestichezza? La risposta non può che confermare la tesi di quanti da tempo hanno osservato che nel mondo non esistono più confini che delimitano gli interessi di ciascuno, e che non è più possibile stabilire preventivamente chi e cosa uno deve produrre. Mentre è ben chiaro il disegno di quanti ritengono il vino un bene come altri da esportare. E basta. Non c'è da meravigliarsi se la stessa Cina ha fatto capire che è proprio questa la strada che intende percorrere, in attesa che il consumo interno di vino decolli. E tanto è bastato per fare di quell'immenso Paese un protagonista della hit parade vitivinicola con 350mila ettari di vigneti e 10 milioni di ettolitri di vino ottenuto da uva (+110% in dieci anni). Qualunque sia la motivazione che spinge questi nuovi Paesi produttori a investire nel vino, resta il fatto che mantenendo inalterata l'estensione mondiale dei vigneti (7,5 milioni di ettari) e non aumentando in modo significativo il consumo mondiale (230 milioni di ettolitri rispetto a una produzione di 280 milioni), a farne le spese non può che essere la vecchia Europa, ovvero i grandi e tradizionali Paesi produttori, Italia e Francia in testa. Che sono, appunto, le terre d'origine di buona parte delle famiglie di vignaioli del nuovo mondo. Esemplare in questo senso è il forte nesso che intercorre tra il successo enologico dell'Australia e l'Italia. Va da sè che l'arroganza produttiva, da un lato, e una politica di vendita più invadente come quella dei vignaioli del nuovo mondo, dall'altro, ha finito per dare loro ragione dal punto di vista commerciale. Con i vini made in Australia o California o Cile e quant'altro che stuzzicano l'interesse dei consumatori europei. E così si finisce per scoprire che l'Italia, il più grande produttore (54 milioni di ettolitri) ed esportatore di vino al mondo (15 milioni di ettolitri) sta diventando anche un Paese importatore. E per di più di vini sfusi destinati presumibilmente in parte per il "taglio" e per l'altra parte a essere opportunamente imbottigliati con l'etichetta del fornitore d'origine. Spulciando le statistiche ufficiali della bilancia commerciale vinicola Italia-mondo, salta all'occhio il fatto che negli ultimi otto anni, dal 1996 a oggi, i vini importati sono più che raddoppiati in valore e ancora di più hanno fatto le quantità, cresciute del 450 per cento. Certo, i numeri assoluti (250 milioni di euro per 153 milioni di litri) sono ancora una modesta frazione delle esportazioni (10% in tutte e due i casi), tuttavia si tratta di valori e quantità che comunque cambiano lo scenario cui i vignaioli e i vinicoltori italiani sono sempre stati abituati a considerare. La situazione certamente non è tale da creare panico, ma è saggio dedicare all'argomento qualche considerazione più approfondita sulle problematiche che riguardano tanto i modelli produttivi di quei Paesi, così diversi da quelli europei, quanto le motivazioni che spingono i giovani europei a preferire certi vini che arrivano da lontano. Probabilmente si scoprirebbe che non è solo una questione di esterofilia.

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