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Il Sole 24 Ore

A me mi piace - Buon vino racconta tante storie ... «Per fare un albero ci vuole un fiore... » sussurrava il cantautore Sergio Endrigo. Ebbene per inventare un vino o un giacimento gastronomico di successo o si è già leader “merceologici” storici, oppure è necessario un “trascinatore” nel territorio di produzione. Chi ha elaborato una icona siffatta? Il gruppo Trendsetter” dopo un’accurata analisi delle case history vino-cibo che offrono lampanti risultati positivi. Non basta la leadership, è necessaria anche una potenzialità di racconto dei prodotti enogastronomici; in assenza della narrazione le possibilità si riducono notevolmente.

Do you know il Sagrantino di Montefalco? Se non avesse prodotto questo sangiovese: Marco Caprai sempre in movimento, sempre a caccia di valenze di comunicazione da aggiungere all’ottimo vino (Montefalco Sagrantino 25 anni. Sagrantino Collepiano), forze pochi avrebbero scoperto questo rosso umbro. Oggi la notorietà ha favorito tutti i produttori del Sagrantino e generato valore nel territorio. E che dire di quell’indimenticabile Giacomo Bologna (azienda Braida, La Monella, Ai Suma, Bricco dell’Uccellone) magico leader del Barbera che ha diffuso il verbo di questo vino piemontese nel mondo? Pochi ormai non conoscono il cioccolato di Modica, un giacimento che gode di un racconto storico unico, affascinante, ma questa realtà ha avuto un suo cantore nella dolceria Bonajuto, grazie a Franco Ruta.

Le case history sono tante,m ma vorrei soffermare l’interesse sul vino, in particolare su due esempi, tra loro contrastanti; la Sicilia e la Puglia. Ebbene negli ultimi 5-8 anni la regione del Gattopardo ha segnato un boom senza precedenti in Italia e all’estero. Non certo grazie alla quantità vinicola (viene imbottigliato solo il 18% del vino), ma sia per i successi di un manipolo di produttori (Regalcali, Planeta, Donnafugata, Firriato, Palari, Cusumano ...), sia per lo straordinario trascinatore del marchio Sicilia, ovverosia il vero leader: un vitigno che si chiama nero d’Avola. Il consumatore spesso domanda questo vitigno, forse facendo confusione con l’azienda vinicola, tale è ormai la sua notorietà.

La Puglia, altro grande serbatoio dell’Italia vinicola, non ha tuttora avuto altrettanto successo nonostante ci siano un ottimo livello qualitativo e aziende di prestigio (Cosimo Taurino, Leone De Castris, Accademia dei Racemi, Candido, eccetera). Il motivo? Non è spuntato un leader, quale il nero d’Avola, con tutto rispetto per il primitivo di Manduria e il Negroamaro. Lo potranno diventare, viene da chiedersi? Potrebbe essere, il tempo però passa «e del doman non c’è certezza». La prima scommessa (anzi del gruppo Trendsetter) pugliese, in grado forse di ripetere successi, quali il nero d’Avola, si chiama nero di Troia. Un rosso di cui ho già raccontato in passato, facendo riferimento ad alcuni produttori quali Paolo Petrilli (Ferrari), D’Alfonso del Sordo. Ebbene la mia convinzione è notevolmente cresciuta, quando al Salone del vino di Torino di pochi giorni fa ho notato il grande interesse (di pubblico e di addetti ai lavori) destato da “Vandalo” 2003, nero di Troia dell’azienda Cacevola di Andria della famiglia Marmo, creato dal suggeritore vinicolo Luigi Moio, un sostenitore di questo vitigno. A dir il vero, secondo le confidenze di un altro noto wine maker, i fan del nero di Troia cominciano a crescere.

Vandalo è un rosso che avevo assaggiato in anteprima oltre un anno fa: mi aveva colpito; l’annata 2003 mi ha sorpreso ancor di più. Sono in attesa di altri assaggi per verificare se il nero di Troia, da autoctono o storico, si trasformerà in vitigno del futuro. Sine qua non. (arretrato de "Il Sole 24 Ore" del 6 novembre 2005)

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