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Il Sole 24 Ore

Quel fantasma che spaventa cantine e vigneti ... Un fantasma si aggira per vigneti e cantine è lo spettro della sovrapproduzione. L’Italia ha chiesto all’Unione europea di distruggere con distillazione ben 3 milioni di litri di vino, di cui 100 mila ettolitri divini Doc, mentre la Francia addirittura ha avanzato la stessa richiesta per ben 4 milioni di ettolitri, solo metà dei quali rappresentato da semplici vini da tavola.
La Ue nel 2000 ha introdotto una grande riforma riguardante il settore viticolo, adottando la «distillazione di crisi», un meccanismo volto a evitare gli squilibri di mercato ma in verità usato solo per svuotare le cantine. Lo strumento messo a punto a Bruxelles dovrebbe così ridurre l’offerta in eccedenza di vino, trasformandolo in alcool, riportando equilibrio nel mercato e salvando il reddito dei produttori. L’alcool poi così ottenuto dovrebbe venire usato come combustibile o per finalità alimentari. C’è da sottolineare che prima della riforma 2000 il meccanismo era più variegato perché la distillazione era trina: preventiva, obbligatoria e di sostegno al settore. Questo rnodus operandi aveva provocato non poche storture, sconfinando in vere e proprie truffe da parte di produttori furbi che producevano vino in funzione della sola distruzione per incassare i fondi della Ue.
Addirittura c’era chi anziché “coltivare” vigneti si dedicava alla creazione di documenti fasulli che attestavano la produzione di vino. E c’è chi è andato oltre incassando i fondi destinati alla distillazione. A parte questa situazione anomala, il dato di fatto è la sovrapproduzione che neppure il ricorso agli interventi straordinari della riforma 2000 riuscirà a calmierare anche perché il fenomeno dell’incremento della domanda mondiale è in grande crescita.
La stessa Australia, per anni sulla cresta dell’onda, dove la produzione è duplicata in una decade, indicata come la nuova regina di mercato, comincia a dare segni di stagnazione. E in questo Paese non esistono forme di sovvenzioni alla distillazione del tipo Ue, sicché i 20 più importanti operatori di mercato (il 90% del vino viene prodotto da aziende quotate in Borsa) hanno immediatamente tagliato i prezzi e svalutato il valore dei loro stock.
In Sud Africa i prezzi del vino sono scesi di circa il 30% negli ultimi due anni e hanno costretto i produttori a cercare sbocchi in nuovi mercati. In California la crisi ha colpito grandi coltivatori nonché alcuni gruppi importanti, costretti a passare di mano. Insomma un mondo del vino che in quest’ultimo decennio ha aumentato la produzione ovunque fino a toccare nel 2004 300 milioni di ettolitri (contro 260 milioni del 2002) mentre il consumo mondiale resta inalterato intorno a 230 milioni di ettolitri, con calo nei Paesi consumatori: Italia e Francia in testa.
La forbice tra consumo e produzione sembra sempre più divaricata soprattutto perché sul mercato del vino fanno capolino Paesi, un tempo, assenti o poco presenti quali il Sud America, con Messico e Brasile che si aggiungono ai già famosi Cile e Argentina. Anche l’Uruguay comincia a esportare bottiglie, così come lentamente si affermano i Paesi dell’Est e lo spauracchio Cina, ritenuto da tutti i Paesi produttori uno straordinario mercato di assorbimento, ma anche futuro e temibile concorrente nella produzione. Sovrapproduzione e stagnazione dei consumi sono un evidente indicatore dell’attuale mercato mondiale, ma su questa realtà pesano anche aspetti qualitativi.
Innanzitutto un’evidente omologazione della produzione in ogni angolo del mondo, dove un poker di Vitigni apolidi regna incontrastato: Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay, Sauvignon blanc e Shiraz. Da cui nascono produzioni sempre più eguali anche perché strumenti di produzione come la “barrique” e i trucioli contribuiscono a mettere sul mercato gusto uguale, nonostante le provenienze territoriali. Sembra evidente che il prezzo nel futuro, di fronte a vini non dissimili, sarà discriminante, fattore determinante per provocare una guerra mondiale dei rossi e dei bianchi. Un futuro difficile da diagnosticare sebbene si possono avanzare ipotesi quali una maggior concentrazione a discapito delle aziende vinicole marginali.

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