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Il Sole 24 Ore

Numeri deboli ma la qualità sale in cattedra ... Va ridisegnata la mappa distributiva. Scenari. Rispetto a trent’anni fa il consumo si è dimezzato... Sarà un bene per i consumatori o avrà conseguenze negative sui produttori? Il vino - sia esso rosso, bianco, fermo o frizzante - è il protagonista di un curioso dilemma, che anima sempre più i dibattiti. A verificare i dati non ci sono dubbi: negli ultimi trent’anni il consumo pro capite si è ridotto di quasi il 50 per cento. Oggi la media è di 48 litri per ogni italiano ma le statistiche, secondo Trilussa (e pure secondo noi), sono alquanto bugiarde. Sia che si prendano in considerazione le riflessioni del poeta che componeva versi in dialetto romanesco sia che si faccia riferimento ai dati Istat, è un dato di fatto che il vino sia meno bevuto.
Negli ultimi tempi i riflettori sono stati tutti puntati sul calo dei consumi di pane e pasta che, data la loro importanza primaria nell’alimentazione, sono più significativi del vino. Anche se, così come accade per la pastasciutta e la michetta, gli italiani comprano anche meno vino (-8,4%). Gli osservatori segnalano tuttavia un passo in avanti sul piano della qualità.
C’è chi fa risalire il primo tempo di questo salto allo scandalo del metanolo (1986). Pur non condividendo del tutto questa ipotesi, sicuramente negli anni Ottanta c’è stato un cambio di marcia nelle cantine di tutta Italia. Se si guarda alla storia vinicola del made in Italy, mai la produzione ha toccato i livelli degli anni Novanta e del periodo successivo. Un vero e proprio “rinascimento” che non ha avuto soluzione di continuità, anzi nel tempo si è sempre più rafforzato.
L’inversione di tendenza ha contraddistinto soprattutto i mercati esteri, ai quali - a differenza di quanto avveniva in passato - non sono giunte solo ciofeche. Che oggi si consumi vino in misura minore non ci sono dubbi. Concordo anche sul fatto che la qualità del made in Italy in cantina è cresciuta m, considerate le abitudini di acquisto del vino soprattutto nella grande distribuzione, nutro qualche dubbio sul fatto che le scelte del consumatore siano così decisamente orientate alla qualità.
La sensazione è che - soprattutto nei supermercati e negli ipermercati - la fascia di etichette che non manifesta crisi è quella fino a 3-4 euro. Sono prezzi indicativi che non devono far sorgere dubbi e perplessità sul livello di qualità dei prodotti: ci sono etichette in vendita che valgono la cifra corrisposta dal consumatore. Non mi sembra che i nostri produttori, specialmente in questo ultimo decennio, abbiano scelto questo target di prezzo.
Non solo: basta dare un’occhiata ai costi delle bottiglie made in Italy per vedere come le ambizioni (più o meno sostenute dal confronto con i produttori di altri Paesi) si dirigano verso altri lidi. Tutti sono convinti di disporre del miglior rosso o del miglior bianco, ma non tengono nella dovuta considerazione la stratificazione del mercato.
Le aziende made in Italy hanno puntato soprattutto sui canali specializzati (horeca, enoteche-wine bar), quasi a voler dare la priorità alla qualità di ciò che si beve, mentre hanno trascurato la Gdo, canale che non offre prestigio.
In realtà è proprio nei momenti di calo dei consumi che la grande distribuzione diventa (e lo sarà in futuro) un canale di consumo privilegiato. E sono proprio i concorrenti stranieri a coprire questo spazio, ancora di più con l’arrivo delle produzioni dall’Est. In un periodo di calo dei redditi, di aumento dell’inflazione, il Costo di un bicchiere di rosso odi bianco pesa. Anche se le cause che hanno portato alla riduzione dei consumi sono molteplici: l’aumento dei produttori di vino nel passaggio dalla lira all’euro, il successo di molti produttori sancito dalla critica che si ripercuote sul costo delle etichette, il ricarico - a volte - fuori misura di molti ristoratori. Senza dimenticare le cause esogene: il recente controllo stradale del tasso alcolico, l’ondata salutistica.
La campagna per maggiori controlli sulle strade ha diminuito in maniera consistente le “incursioni” gastronomiche. C’è poi il fattore “salutistico-dietetico” che, ad esempio, suggerisce di non toccare il vino a pranzo. Indicazioni più o meno velate che raggiungono milioni di lavoratori: nei bar, nelle tavole calde, nelle pizzerie, ma anche nei ristoranti dove il vino è diventato una specie di Araba Fenice.
Tutto da rifare. Per fortuna ci sono anche le buone notizie che provengono dalle esportazioni di vino made in Italy nel mondo. I dati sono così incoraggianti da trainare la nostra bilancia alimentare. Una situazione quasi una contraddizione con quanto avviene in Italia. Eppure nel mondo occidentale, compresi gli Usa (dove il rapporto dollaro-euro addirittura ci sfavorisce), sui consumi di vino tira aria di tempesta.
La domanda è: perché il vino made in Italy, nonostante le condizioni avverse, ha successo negli Stati Uniti? Che sia finita l’era dei vini apolidi (cabernet, chardonnay, merlot, sauvignon) prodotti in ogni dove, sempre più orientati alla fascia bassa di prezzo, anche in virtù dell’enorme quantità prodotta? Viene poi da chiedersi se i vini made in Italy, che sono legati al territorio e meno omologati, possano restare a galla solo con i canali specializzati. Un bel rebus.

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