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Il Sole 24 Ore

Quote rosa in cantina ... Per l’estate si annuncia un vero e proprio boom di vini rosati, tornati
di moda soprattutto grazie ad alcuni stilisti francesi... Sarà un’estate ancora in rosa, oppure tornerà il bianco? Le bollicine saranno protagoniste o i vini fermi avranno un ritorno di fiamma?
Gli interrogativi su quale colore tingerà i calici dell’estate si aggirano in molte cantine. Il fenomeno delle quote rosa ha contagiato non pochi produttori made in Italy, al punto che è assai più facile individuare un’azienda vinicola che non
abbia ancora messo in produzione un vino rosato o un frizzantino del colore della pantera rosa. Il tutto è avvenuto negli ultimi anni, mentre il primo champagne rosè di Dom Perignon porta la data del 1959.
Certo anche in Italia, da tempo, alcuni produttori quali Calò e De Castris sono presenti sul mercato con un vino rosato, ma ora dal Trentino alla Sicilia è davvero un boom promosso dalla domanda di consumatori seguaci di mode e modi. Il successo del rosa, di cui ci sono alcune eccellenti etichette anche made in Italy (Valentini, Bellavista, Ca’ del Bosco, Guerrieri Rizzardi eccetera) è dovuto soprattutto a fattori esogeni al mondo vinicolo, in particolare alla
scelta di alcuni stilisti francesi (tra cui Karl Lagerfeld) durante le sfilate, per le collezioni e gli eventi, da cui è facile comprendere quanto poco incida il marketing delle aziende del settore nell’orientare il consumo.
Se osserviamo gli ultimi decenni. le aziende vinicole italiane sono al traino di altro, di altrove e di altri. Si pensi ai vini dei falegnami (cioè a dire quelli barricati in eccesso), retaggio dei rossi e bianchi californiani degli anni Ottanta e Novanta.
Ebbene larga parte dei produttori si è adeguata al gusto internazionale (non solo barrique, ma largo ricorso ai vitigni cabernet sauvignon, merlot, chardonnay)
solo per “compiacere” il mercato americano, in fase di terzo mondo del gusto, ma poi riconosciuto come competente attraverso il film Sideways...( trattasi di evidente ironia).
Oggi però il gusto internazionale è in fase di stanca, ed eccoci allora alla riscoperta dei vitigni autoctoni, soprattutto perché i mercati cominciano a chiedere qualcosa di nuovo.
Però - c’è sempre un però - quegli stessi produttori esteri che hanno “costretto” i nostri, anni fa, a ricorrere ai falegnami del vino per non essere cacciati dal mercato, oggi fanno man bassa di vitigni autoctoni made in Italy, grazie a norme internazionali inesistenti.
La prova provata di questa dipendenza è il recente “Brunelloaffaire” dove i produttori per compiacere il naso e il palato degli americani (e dei loro guru) hanno raggiunto il compromesso di aggiungere al vitigno autoctono sangiovese, merlot o Cabernet o altro. E allora torniamo al rosato o rosè di cui ormai nessun produttore italiano può fare a meno, inflazionando così il mercato soprattutto dei brocchi. Che succeda come in Borsa, quando qualcuno resta con il cerino acceso, visto che il boom sarà passato? Sine qua non.

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