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Il Sole 24 Ore

“Officine del gusto, per i giovani è un lavoro sicuro” ... Dal movimento eco-gastronomico di Slow Food, sintesi di trent’anni di battaglie in difesa della tavola di qualità e della biodiversità agroalimentare, alla “globalizzazione positiva” di Terra Madre, quale “rapporto armonico tra produzione, cultura, ambiente e territorio”. Passando per il Salone del Gusto, con la sua Area dei prodotti a rischio estinzione da valorizzare con i Presidi; quindi all’impegno per l’Università di Scienze gastronomichc di Pollenzo ormai al quarto anno di corso con 400 studenti italiani ed esteri. Per finire, e siamo a oggi, alle Officine di Pollenzo.

Se c’è una cosa che manca a Carlo Petrini, Carlin per gli amici di mezzo mondo, 60 anni, fondatore e animatore del movimento no profit che ha sede nella cittadina piemontese di Bra, è il tempo. Ma le iniziative che continua a sfornare dal quartiere generale di via della Mendicità Istruita, indirizzo evocativo di una condizione sociale e culturale allo stesso tempo, non lo danno a vedere.
Presidente Pettini, che cosa sono le Officine di Pollenzo?

L’idea parte dall’esperienza acquisita in questi quattro anni di Università. Attenzione, non si tratta di workshop, ma di vere imprese calate nella realtà della filiera agroalimentare. Fino a qualche tempo fa nei paesi era comune la presenza del casaro, del salumiere, del panettiere, del torrefattore di caffè. Oggi questi mestieri stanno scomparendo, esattamente come accade per le produzioni tipiche del territorio. I giovani sono distratti da altri interessi, e intanto la società tutta rischia di perdere patrimoni artigianali di grandissimo valore storico, umano, economico.

L’obiettivo è fermare questa emorragia. Ma in che modo ritenete di riavvicinare le nuove generazioni ai lavori manuali?
Non sono d’accordo con quanti sostengono che i giovani rifiutano di impegnarsi e fare sacrifìci. Il problema è che mancano le occasioni di apprendimento, e questo finisce per accentuare la perdita di esperienze professionali che i giovani di un tempo avevano andando a bottega. Oggi da chi vai? Ecco che l’Università di Pollenzo interviene istituendo dal prossimo anno accademico dei corsi mirati alla riscoperta di questi mestieri.

Una sorta di scuole di “avviamento all’arte e ai mestieri” di una volta. Pensate che funzionerà?
Se funzionerà lo vedremo fra
un anno. Noi pensiamo di sì, visto l’interesse che l’iniziativa sta suscitando: abbiamo già tante adesioni da parte di studenti e anche di aziende che intendono collaborare con l’Università. E, a conferma dell’originalità della proposta, basti dire che gli iscritti ai corsi, oltre alla teoria, faranno pratica attiva all’interno di aziende. Inoltre percepiranno un salario che permetterà loro di pagarsi gli studi.

E’ pensabile che le imprese che hanno aderito all’iniziativa siano solo aziende artigianali. Se è così, vuole dire che in Slow Food non c’è spazio per l’industria?

E chi lo dice? Io so invece che il Paese non può e non deve permettersi di vedere morire gli artigiani. Quanto alle industrie, faccio notare che Slow Food ha sempre avuto un ottimo rapporto con gli imprenditori intelligenti: sono tanti i nostri alleati e altri ne continuiamo a cercare.

Presidente, l’eco del suo movimento è globale, mondiale. Un grande regista del calibro di Ermanno Olmi ha voluto dedicargli un film. Ma lei da grande dove vuole arrivare?

Da nessuna parte. Ciò che ho fatto l’ho fatto con passione, partecipazione e tanto piacere. Sono molto soddisfatto di Slow Food, e Terra Madre conta ormai su una solida rete presente in tutto il mondo: sono convinto che anche senza di me continueranno a crescere.

Come sarebbe a dire senz...

Petrini intuisce e stoppa a metà la domanda e, senza schermirsi e con la serenità che gli è propria, risponde che “sì, perché non dirlo? Personalmente mi sento al capolinea”.

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