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Il Sole 24 Ore

La crisi alimentare spaventa l’Africa ... Siccità, piogge in eccesso, inondazioni e speculazione pesano sulla produzione mondiale... Il settimanale statunitense Business Week le ha appena dedicato la copertina, definendola “la crisi che minaccia tutto”. Il riferimento non è alla sempre più grave destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa, ma all’allarme sui rincari dei prodotti agricoli e sulle possibili catastrofiche conseguenze che ne potrebbero derivare: dall’aggravarsi della fame nel mondo all’accelerazione dell’inflazione, fino ovviamente al diffondersi delle rivolte per il pane. I giornalisti d’oltreoceano non esitano a collegare in modo diretto gli ultimi drammatici sviluppi di cronaca al rally che negli ultimi mesi ha coinvolto quasi tutte le materie prime agricole, proiettando il Food lndex della Fao ai massimi da quando nel 1990 l’agenzia dell’Onu ha cominciato a monitorare i prezzi alimentari nel mondo: il dittatore tunisino Zine Ei Abidine Ben Ali, sostiene Business Week, “potrebbe essere ricordato come il despota che venne rovesciato dal carretto di un verduraio”. Questo perché a scatenare per la prima volta una reazione nella folla, dando l’avvio alla Rivoluzione dei gelsomini, sembra sia stato l’arresto di un venditore ambulante, che ha reagito dandosi fuoco alle vessazioni dei poliziotti. Le rivolte che hanno scosso - e forse continueranno a scuotere - il Nord Africa e il Medio Oriente hanno probabilmente radici più profonde e ramificate di quanto al mondo occidentale fa comodo credere. Paesi come la Tunisia, l’Egitto, la Libia, per non parlare dei regimi nell’area del Golfo Persico, hanno tra l’altro dedicato particolare attenzione a proteggere la popolazione dagli eccessivi rincari attraverso l’elargizione di sussidi. In Egitto, ad esempio, fino a poco tempo fa pane, riso, zucchero, olio e tè erano venduti a prezzo politico, almeno alle fasce più deboli della popolazione: una misura che rappresentava circa il 4% della spesa pubblica. Tra i mercati delle commodities agricole e i cosiddetti paesi Mena (Middie East and North Africa) ci sono comunque legami stretti. E l’andamento delle quotazioni negli ultimi giomi l’ha dimostrato. Non è soltanto per una generalizzata fuga dal rischio che gli investitori, al precipitare della crisi in Libia, hanno abbandonato rapidamente le loro scommesse al rialzo sui cereali, ma anche il timore che per questi prodotti potesse venire meno un’importante fonte di domanda: il dipartimento Usa per l’Agricoltura (Usda) calcola che nella stagione aoio-n questi paesi debbano importare 39,3 milioni di tonnellate di grano, circa un terzo degli acquisti che dovrebbero verificarsi a livello mondiale. Frumento e mais, che appena due settimane fa erano ai massimi dall’estate 2008, con prezzi quasi doppi rispetto a un anno fa, venerdì hanno iniziato a perdere quota, investiti da un’ondata di vendite culminata nella seduta di martedì, quando al Chicago Board of Tra- de (Cbot) il frumento ha perso oltre il 7%, il mais oltre il 4 per cento. A seguirli nel crollo anche il riso, i semi di soia, il cotone (quest’ultimo fresco di record storico). Una correzione che aveva già rassicurato qualche analista, portandolo ad affermare che l’accoppiata perversa dei rincari di petrolio e cibo si stava spezzando. Il rimbalzo è arrivato già ieri, anche in questo caso innescato dai paesi Mena: sui mercati si è sparsa la notizia che l’Egitto - primo importatore mondiale di grano - ne ha appena acquistate altre 235mila tonnellate, mentre Arabia Saudita e Tunisia hanno appena bandito una gara per importarne rispettivamente 275milae 75mila tonnellate. Al Cbot il grano ha finito col chiudere invariato, il mais è risalito dell’1,7%, così come i semi di soia. Soltanto il riso ha continuato a scivolare (-5,3%). Del resto è questo l’unico cereale di cui quest’anno vi sia una certa abbondanza, a livello globale. Le altre colture sono state colpite da una serie di gravissimi disastri meteorologici, l’ultimo dei quali - che tiene in ansia i mercati - è la siccità che rischia di distruggere una porzione consistente dei raccolti cinesi, costringendo Pechino a forti importazioni. Un’emergenza multipla, che ha spinto contemporaneamente in rialzo i prezzi di quasi tutti i prodotti agricoli, innescando una vera e propria “guerra tra le colture”: al momento delle semine, sarà molto difficile per gli agricoltori scegliere su quale prodotto puntare. Le stime preliminari dell’Usda affermano che negli Usa le aree dedicate alle otto maggiori colture locali dovrebbero aumentare del 4,2%% a 255,3 milioni di acri (103,3 milioni di ettari), un record da 14 anni a questa parte. A “vincere” dovrebbe essere il mais (92 milioni di acri) mentre il cotone avrà il maggiore ampliamento dei terreni (+19%).

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