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Il Sole 24 Ore

Bettino, barone del Chianti e della tassa sul macinato ... “Quando si parla dell’Unità d’Italia si ricordano sempre Mazzini, Cavour e Garibaldi, e quasi mai Bettino Ricasoli: eppure è proprio il mio quadrisavolo che ha dato, calcisticamente parlando, il fischio d’inizio della partita: è la Toscana che si è fatta annettere al Regno del Piemonte, dando così impulso all’unificazione”. Parola di Francesco Ricasoli, discendente del “barone di ferro” fiorentino e prosecutore dell’azienda agricola di famiglia - il Castello di Brolio, tra le colline del Chianti - che proprio Bettino salvò e sviluppò, affiancando la passione per la viticoltura agli impegni politici, e in cui trascorse gran parte della sua vita. Francesco nel 1993 si è ricomprato la magnifica proprietà finita in mani americane, che oggi conta 250 ettari di vigneti e produce eccellenti etichette di Chianti Classico, e non dimentica l’illustre avo, a cui - in occasione del bicentenario della nascita, nel 2009 - ha dedicato un piccolo museo nella parte più antica del Castello di Brolio: “Bettino è stato primo ministro dell’Italietta nascente e credo sia giusto ricordare che fu proprio lui a salvare, il paese dalla bancarotta nel 1866, ideando la tassa sul macinato e la confisca dei beni ecclesiastici”. Le “grandi cose” sul fronte vinicolo, invece, Bettino Ricasoli le fece soprattutto dopo 111870, cioè dopo la fine del suo impegno politico, culminate nel 1872 con l’ideazione della famosa “ricetta” del Chianti Chissico che riassunse trenta anni di ricerca e sperimentazione. Quella passione per la ricerca si è tramandata fino a Francesco, 32esimo Barone di Brolio, che in questi anni ha concentrato gli investimenti aziendali proprio sul terreno tecnico-scientifico, dando vita ad un laboratorio di analisi interno che non solo esamina i campioni di vino di Brolio, ma fa consulenza a un’altra ventina di aziende vinicole; abbracciando la sostenibilità in campo viticolo, con l’adesione al progetto Magis promosso da Unione italiana vini e Università di Milano per ottimizzare l’impiego di agrofarmaci nella difesa del vigneto; coltivando 40 ettari di vigneti biologici; investendo in ricerca clonale, attraverso un progetto con la facoltà di chimica dell’Università di Siena che ha portato alla richiesta ministeriale della certificazione di un clone di Sangiovese, il vitigno-principe della Toscana, alla base di tutti i grandi rossi. L’ultima frontiera della tecnologia applicata alla bottiglia è l’inserimento del “Qr code”, il quadratino composto da moduli neri, sul retro di tutte le etichette delle bottiglie: fotografando il quadratino con uno smartphone, si può (dopo aver scaricato il relativo programma) collegarsi direttamente al sito Internet aziendale che riporta la scheda tecnica del vino, cioè zona di produzione, uve utilizzate, metodo di vinificazione e di invecchiamento, andamento stagionale e premi ricevuti. Gli investimenti in ricerca e sperimentazione vanno a braccetto con quelli in vigna e in cantina: dal 1993 a oggi Francesco Ricasoli ha reimpiantato 230 ettari di vigneti e ora si prepara a reimpiantare gli ultimi 20 ettari e a costruire la seconda ala della cantina che, con una spesa di due milioni aggiungerà duemila metri quadrati. Oggi l’azienda Barone Ricasoli spa, la più grande della denominazione Chianti Classico e una delle più antiche al mondo, ha un giro d’affari 2010 di 18,5 milioni, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente, con un ebitda pari al 22% (4 milioni).
“Raccogliamo i frutti di2o anni di investimenti e di lavoro”, sospira Francesco Ricasoli, che è sfuggito alla moda dilagante dei “supertuscan” e ha prodotto il suo vino top, il Castello di Brolio, all’interno della denominazione. “i fatti mi hanno dato ragione, perché oggi il Castello di Brolio è considerato un vino-icona”, dice. A suggerirgli le potenzialità del territorio, del resto, aveva un avo eccellente: quel Bettino che, 150 anni fa, avviò il risorgimento della vitivinicoltura italiana.

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