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Il Sole 24 Ore

Quante storie racconta il vino ... “L’oggetto più importante si è quello di ottenere un vino grato, spiritoso, e durevole; e tale, in somma, da allettare il compratore straniero, e da sostenere le ingiurie dei trasporti, e del tempo”. È l’incipit,cruscante nella forma ma curiosamente moderno nel contenuto, di un trattatello settecentesco sull’adulterazione dei vini, una delle tante piccole perle esposte nell’ambito di “Verso il 2015. La cultura del vino in Italia” - mostra ospitata nell’Ala Brasini del Complesso Monumentale del Vittoriano a Roma dal 26 ottobre al 30 novembre e realizzata con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e il contributo di Expo 2015 Milano. Il percorso espositivo, curato da Massimo Montanari, professore di Storia dell’alimentazione, ci conduce per mano in un viaggio nel tempo che ha come filo conduttore un oggetto storiografico perfetto, il vino. Un prodotto che, attraversando epoche e civiltà in una traslazione culturale parallela alla transiatio Imperii da Oriente a Occidente (dal Caucaso alla Grecia, all’Italia al Nord Europa), collega i più lontani livelli di cultura, dal nobile al contadino, salda sacro e profano, tra mito e rito, concili natura e civiltà, nella sintesi del paesaggio agrario. Questo meraviglioso oggetto storiografico però conosce un prima e un dopo, come ci ha spiegato Montanari: “Veniamo da una storia in cui il vino ha avuto una funzione totale, perché occupava molti ambiti e molte funzioni, da quella propriamente alimentare, a quella della socialità, a quella della distinzione sociale, a quella della medicina, alla sacralità rituale, con una gamma molto ampia di va- lenze che oggi si è in parte perduta”.
La mostra ha come scopo di ricostruire questa complessità di senso e di funzioni nelle diverse epoche e nei diversi livelli di cultura del nostro Paese, che non a caso anticamente i Greci definivano Enotria. E anche di far emergere varietà e ricchezza dei caratteri italiani del vino, di cui la geografia è artefice sapiente insieme all’uomo poiché, come afferma il celebre enologo Giacomo Tachis, “il vino ama il respiro del mare”. E alla varietà e ricchezza di tratti del vino corrisponde varietà e ricchezza della cultura, alta o bassa che sia, testimoniate nella mostra dalle teorie figurative di bacchini, menadi e sileni, baccanali e tiasi orgiastiche, dai richiami iconografici all’ispirazione mosaica e al sacrificio cristologico, alla vigna del popolo ebraico e alla vigna della Chiesa, dalle ecloghe e dai ditirambi, dalla trattatistica delle storie naturali e delle ampelografie (studi dei vitigni), da fiasche, coppe, boccali, tini, ma anche da cinema e arte contemporanea.
Ma nonostante il salto forzoso al contemporaneo, la cesura, che Montanari individua nella industrializzazione della produzione del vino nel XX secolo, sussiste, e determina un’evoluzione con rapporto inversamente proporzionale tra incremento della produzione e impoverimento della cultura, con la conseguente, definitiva scissione tra vita e cultura, funzione e simbolo, quotidiano ed eterno. Ma genera anche lo smantellamento di quella bellezza totalizzante che è quanto involontariamente, proprio grazie al vino, la mostra riesce a riprodurre: esisteva in epoca preindustriale una sorta di fabbrica sociale della bellezza che faceva trasfondere ovunque temi, simboli, gusti e decori, in un “concerto” di arti e artefici di cui spesso la società tutta era permeata, in quanto ognuno, piccolo o grande che fosse, era a suo modo artefice di un’opera collettiva, proprio come l’opera-vino. Ma quella cesura, lo scompaginamento di questo “concerto”, potrebbe risalire indietro nel tempo, e cioè proprio all’epoca del trattato sul vino citato all’inizio, il cui autore è Giovanni Fabbroni, “uno degli intellettuali più cosmopoliti del tardo Settecento toscano” (DBI, Treccani, ad vocem), un massone che frequentò Benjamin Franidin e Voltaire. Già s’indovina, dietro il razionalismo dei lumi, l’approccio produttivistico scaturito da quella civiltà che il vino contribuì a generare. Come sosteneva Fernand Braudel infatti, la civiltà europea del vino si affermò, grazie alla chiesa e ai suoi riti, in dialettica con la “civiltà della birra”, poiché insieme ai codici e ai libri di pietra, le cattedrali, il vino contribuì a formare l’identità europea. Va detto che la sede della mostra, il pomposo Vittoriano, non è una cornice adeguata alla essenziale vitalità del vino e della terra. Lo stesso si dica di una certa cornice retorica e promozionale che s’indovina nell’iniziativa, e diventa di cattivo gusto soprattutto nella sala dei caratteri regionali del vino nostrano: concettualizzazioni arbitrarie e stucchevoli in pannelli animati da fotografie poco significative.

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