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Il Sole 24 Ore

La sfida del vino italiano in Cina ... L’obiettivo è sottrarre quote di mercato a francesi, spagnoli, americani e cileni ... Chi vuol comprendere le reali dinamiche del vino d’importazione in Cina farebbe bene a farsi un giro all’hotel Kempinski a Chengdu, nel centro del Paese. Ogni anno si da convegno una realtà economica della quale non si può non tenere conto. E, infatti, qui, al fuori salone che anticipa la Fiera vera e propria del vino, a fine marzo circolano importatori talmente indaffarati che nemmeno si sono accorti del fatto che la Cina ha avviato e appena seppellito un’indagine antidumping sul vino europeo capace di stroncare il loro business: quel che importa, per loro, è vendere vino australiano, francese, spagnolo, ultimamente va forte quello sudafricano. Trovare nuove case di produzione. Gente sbrigativa, che in piccole salette arriva subito al dunque, senza troppi preamboli. Tra hostess cinesi che affettano paca negra, sommelier cinesi ritagliati in forme di cartone a grandezza d’uomo, piazzisti di attrezzi per degustazione che squadernano dove capita la mercanzia, quest’anno c’è anche il circuito delle aziende del Vinitaly. Per mettere un piede in Cina, quella vera, organizzando una presenza qui in questi giorni, per la prestigiosa fiera del vino che si prepara all’edizione italiana è stato un atto di coraggio, certo lontana dalla collaudata presenza a Wine Expo di Hong Kong. Ma questa, a Chengdu, è la Cina e qui bisognava venirci, prima o poi. Giovanni Mantovani, direttore di Verona Fiere, lo dice apertamente: “Non mi aspettavo di trovarmi davanti a una realtà così dinamica”. E Stevie Kim, responsabile Verona Fiere International, la persona che più ha creduto in questa partecipazione, incalza: “Ilvino italiano è complicato, districarsi è difficile, il nostro compito è quello di riuscire a spiegare alla Cina di cosa si tratta in maniera coerente, per questo è importante che si abbia un’idea di quello che è il mercato cinese”. Quattrocento etichette, un centinaio di presenze, importatori qualificati, scrematura all’ingresso con presentazione di business card. Vinitaly ha messo i suoi paletti, ma è entrata in gioco. La sfida per il sistema del vino italiano è schiodarsi da quel 2% che ci vede ancora indietro sul mercato cinese rispetto ai concorrenti francesi e spagnoli, per non parlare di americani, cileni e australiani. Vinitaly ha adottato una serie di accorgimenti, le quattro master class sono andate esaurite in pochissimo tempo. La formazione è importantissima e va fatta in maniera sistematica. Non si possono fare passi in avanti senza spiegare chi siamo e che vino facciamo. C’è curiosità sul prodotto italiano. I cinesi vogliono capire in cosa consiste e perché si differenzia dagli altri vini più noti, che una posizione se la sono già creata in questo Paese per il quale il vino, storicamente, è soltanto il bajiu, qualcosa di molto, molto lontano dalla nostra grappa. Se lo chiede, è incuriosito, anche Alan Huang, che ha inventato ormai anni fa il fuori salone, (in inglese: l’international wine & spirits show), è proprio contento di come vanno le cose e annuncia la prossima novità: sta per portare, in autunno, il fuori salone a Chongqing. La città metropolitana più grande al mondo, a due ore di treno da qui, è una piazza ineludibile. E, ci domanda, “dove posso frequentare un corso sul vino italiano?”. Nelle sale chiassose del Kempinski una cosa non manca, oltre all’alcol: la curiosità. Quanto a Vinitaly, il test Chengdu sembra ampiamente superato.

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