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Il Sole 24 Ore

La supervite batte le malattie ma la burocrazia fa resistenza … Per passare dal laboratorio ai campi manca l’autorizzazione regionale... Sono resistenti all’oidio e alla peronospora, hanno sconfitto due dei principali problemi della viticoltura nazionale ma rischiano di soccombere nelle sabbie mobili della burocrazia. Sono le prime dieci varietà di vite “resistenti” messe a punto dall’Università di Udine insieme all’Istituto di genomica applicata e che dopo un lungo iter nel 2015 sono state inserite nel Registro nazionale delle varietà di vite. Il primo necessario passo per arrivare alla coltivazione in campo. Step necessario ma non sufficiente, visto che oltre all’iscrizione nel Registro nazionale per coltivarle occorre incassare anche un’autorizzazione della regione competente. Placet che finora, in Italia, è arrivato solo da Veneto e Friuli Venezia Giulia. “In realtà un accordo in sede di Conferenza Stato - Regioni - spiega il direttore generale dei Vivai Cooperativi Rauscedo (tra i leader mondiali nella produzione di barbatelle per i vigneti), Eugenio Sartori - prevede che ai fini dell’autorizzazione regionale possano essere sufficienti sperimentazioni effettuate in zone viticole simili extraregionali . Una soluzione quindi ci sarebbe ma non viene adottata”. Le viti resistenti non sono prodotti Ogm ma frutto di normali operazioni di ibridazione “e presentano - aggiunge Sartori - oltre il 90% dei geni di Vitis vinifera, ovvero la vite normalmente coltivata in Italia, e per il resto geni di altre tipologie diVitis che conferiscono alla pianta la resistenza”. I vantaggi economici sono evidenti. “I trattamenti contro oidio e peronospora - dice Sartori - si abbattono dell’80% con un taglio del costo totale dei trattamenti del 60%”. Ma nonostante queste prospettive positive restano poco utilizzati. “C’è anche un altro aspetto che può risultare un freno - dice ancora il dg dei Vivai cooperativi Rauscedo - e cioè che anche laddove sono autorizzati possono essere utilizzati solo per produrre vini Igt e non Doc. Se invece i disciplinari dei vini Doc si aprissero all’utilizzo delle viti resistenti non mancherebbero le ricadute positive”. Le varietà già messe a punto sono 10, cinque a bacca rossa (soprattutto Cabernet, Merlot) e cinque a bacca bianca (Sauvignon e Fleurtai, quest’ultimo derivato dal Tocai friulano) ma sono allo studio anche Pinot Bianco, Pinot Nero, Sangiovese e Glera (il vitigno del Prosecco). “È probabile che lo scarso appeal riscontrato ad esempio nelle regioni del Mezzogiorno - spiega l’ordinario di Viticoltura all’Università di Milano, Attilio Scienza - sia dovuto al fatto che queste varietà sono più adatte alle produzioni delle regioni del Nord. Ma prevedo che se venissero lanciate anche Nero d’Avola o Aglianico resistenti anche l’apprezzamento dei viticoltori cambierebbe”. Ma non è solo questione di preferenze. “Il punto - aggiunge Scienza - è che le viti resistenti rappresentano il futuro. Qualora Bruxelles decidesse, ad esempio, di mettere al bando o di ridurre drasticamente l’utilizzo del rame nei vigneti - ipotesi tutt’altro che improbabile - l’attuale viticoltura biologica sarebbe messa in grave difficoltà e le viti resistenti resterebbero l’unica possibilità di effettuare una viticoltura sostenibile”.

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