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Il Sole 24 Ore

Nella sfida dei dazi è l’Italia il Paese che rischia di più … Focus. La crescita del surplus agroalimentare... In una eventuale guerra dei dazi commerciali nel settore agroalimentare tra Stati Uniti e Unione europea, l’Italia è il Paese che rischia di più. Pur essendo in buona compagnia con Germania e Francia, la struttura e la composizione del paniere made in Italy esportato negli Usa ci espongono ai pericoli maggiori. Un esempio: oggi l’Italia è il primo esportatore di vino negli Usa, con la Francia alle spalle. Quasi 1,3 miliardi di controvalore, una quota del 35% dell’export totale oltre l’Atlantico. All’amministrazione Trump basterebbe alzare un muro di dazi sul vino per colpire in modo pesante il business italiano. Negli ultimi cinque anni, grazie anche a una diversa politica commerciale italiana, le esportazioni negli Stati Uniti sono aumentate costantemente, raggiungendo a fine 2016 un valore di quasi tre miliardi di euro, più del 10% del totale delle nostre esportazioni di settore nel mondo. Oltre al vino, i prodotti maggiormente ricercati dai consumatori statunitensi sono l’olio di oliva (530 milioni di euro, il 13% dell’export), riso - cereali - derivati (468 milioni, 12% del totale), formaggi e latticini (291 milioni, l’8% delle esportazioni). Una recente analisi Ismea spiega che “guardando all’interscambio con gli Usa, la bilancia commerciale italiana dell’agroalimentare mostra un surplus pari a 2,9 miliardi di euro nel 2016, in aumento di 350 milioni rispetto all’anno precedente; le esportazioni verso il mercato statunitense si attestano a poco più di 3,8 miliardi, in aumento del 5,8% rispetto al 2015. Nei primi due mesi del 2017 - aggiunge Ismea - la bilancia commerciale con gli Stati Uniti si è contraddistinta per un incremento del surplus di 24 milioni, dovuto all’aumento delle esportazioni (+4,2) e alla stabilità delle importazioni (-0,3%)”. Particolarmente importante il contributo delle produzioni a Denominazione di origine protetta (Dop) e a Indicazione geografica (Ig). Dal punto di vista del valore commerciale i numeri non raggiungono quelli del vino, ma sotto il profilo della simbologia made in Italy sono fondamentali: prosciutti di Parma e San Daniele, Parmigiano reggiano, Grana padano, Pecorino romano, aceto balsamico solo per citare i più ricercati - e anche i più imitati - sui mercati degli Stati Uniti. In una analisi intitolata “L’America First di Trump, scenari globali per il commercio agroalimentare” presentata la settimana scorsa sempre da Ismea, è riportato che “nel 2015 il fatturato delle esportazioni dei prodotti Ig italiani è stato pari a oltre 556 milioni, circa il 18% del totale. Le denominazioni più rappresentative in termini di fatturato esportato - scrive lo studio Ismea - sono il Pecorino romano e il Parmigiano reggiano, che incidono rispettivamente per il 46% e 45% sul tritale del settore, e l’aceto balsamico di Modena Igp. Il prosciutto di Parma e il San Daniele hanno il maggior peso nel settore dei “prodotti a base di carne”, rispettivamente con il 79% e il 16% del totale. Per oli e grassi e ortofrutticoli i prodotti Ig di punta sono, rispettivamente, l’olio Toscano e il Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese - Nocerino”. Sui rapporti Italia - Usa, il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia spiega: “Il mercato Usa è stato il punto di riferimento più importante e dinamico per il nostro export negli ultimi anni, raggiungendo il secondo posto come mercato di destinazione dopo la Germania. È cresciuto inoltre in qualità, in consapevolezza del valore del made in Italy alimentare reale grazie anche all’azione prioritaria e innovativa fatta con Ice. Nel primo semestre di quest’anno la corsa di questo mercato è leggermente rallentata, ma a mio avviso è una flessione non strutturale. Certo - dice Scordamaglia - la mancata conclusione del Ttip è un’occasione persa ma dovremmo avere come Ue il coraggio di rilanciare. Paradossalmente dovremmo ringraziare il presidente Trump, che nel frattempo ha sospeso il Tpp firmato da Obama che avrebbe consacrato Usa e Far East a protagonisti mondiali del commercio riducendo l’Europa a semplice spettatore. Quanto meno adesso i giochi si riaprono”.

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