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Il Sole 24 Ore

Se il mondo combatte per la fame. Esodi e alti prezzi delle sementi: un vasto cortocircuito sul versante agroalimentare... Se, la battaglia per l’ambiente, do po il ritiro degli Usa di Trump dall’Accordo di Parigisi annuncia complessa, occorre aprire un altro dossier importante: quello della lotta contro la fame. L’insufficienza di generi alimentari di prima necessità è infatti una questione destinata ad aggravarsi e oltretutto può divenire un motivo di tensione e conflittualità a livello internazionale. L’incremento demografico e il miglioramento della dieta di una parte la popolazione in Cina, India e altri Paesi emergenti hanno determinato negli ultimi anni una crescente richiesta di frumento, riso, mais, soia, olio di palma e di altre derrate di largo consumo come carne e pesce. Senonché all’espansione della domanda non è corrisposta un’offerta adeguata, tale da coprire interamente il fabbisogno ed evitare un’ascesa dei prezzi e ondate di speculazioni. E ciò per diverse cause: dal fatto che interi raccolti di soia (alimento base per centinaia di milioni di persone) vengono dirottati verso la produzione di idrocarburi e di etanolo; che maggiori quantitativi di cereali sono destinati al foraggio per fornire i mangimi occorrenti agli animali; che si sono estesi processi d’inquinamento del suolo e della vegetazione; che sono sempre più frequenti, per il surriscaldamento del clima, tifoni, alluvioni e altre devastanti calamità, oltre a distruggere fattorie e attrezzature agricole, danneggiano irreparabilmente una moltitudine di terreni prima fertili. L’insicurezza alimentare è divenuta un così un’emergenza che sta mettendo ginocchio i Paesi più poveri dove, stando ai dati del 2016, 815 milioni di persone soffrono la fame. Di fatto, secondo l’Onu, sono 100 milioni li individui che rischiano ogni anno di morire di stenti per mancanza delle quantità minime di cibo necessarie a nutrirli. In prima fila, alle prese con la sottonutrizione, figurano soprattutto gli abitanti di gran parte dell’Africa dove i raccolti sono in media soltanto un terzo di quelli dell’Asia e neppure un decimo di quelli dell’Europa. Ma nemmeno vaste aree del Nord e del Sud dell’Asia, come pure le regioni andine e caraibiche dell’America centromeridionale, si trovano in condizioni tali da scongiurare del tutto l’incubo della fame. Oltretutto sta manifestandosi una sorta di cortocircuito sul versante agro-alimentare. Durante gli ultimi due decenni i sistemi agricoli regionali di alcuni Paesi emergenti, ricchi di biodiversità, hanno infatti lasciato man mano il posto ad altri sistemi importati dall’esterno che, in quanto di maggior rendimento in termini di produttività per ettaro hanno trasformato moltissimi appezzamenti a coltura intensiva, di cui erano titolari famiglie contadine, in tenute monoculturali di grandi dimensioni, alluvioni e altre devastanti calamità, gestite per lo più da alcune grosse corporation del settore. In varie contrade dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina si è assistito perciò all’esodo verso le città di tanti piccoli coltivatori rimasti senza terra o nell’impossibilità di continuare la loro attività a causa degli alti prezzi delle sementi e dei fertilizzanti imposti dalle multinazionali dell’agrobusiness. Peraltro, questa non è stata l’unica causa della progressiva disgregazione, nelle campagne del Terzo Mondo, di un tessuto economico e sociale che, qualora fosse stato sorretto e rivitalizzato adeguatamente, avrebbe potuto conseguire più consistenti livelli di produttività e provvedere meglio al sostentamento delle comunità locali. È avvenuto infatti che, per corrispondere alle sollecitazioni dell’Fmi per un ripianamento del debito estero e dei conti pubblici, alcuni governi asiatici e africani non abbiano trovato di meglio che ridurre gli stanziamenti a sostegno dell’agricoltura e puntare su un unico o pochissimi tipi di produzione più redditizi, escludendo perlopiù i cereali. A sua volta l’Unione europea, pur di smaltire le proprie eccedenze agricole, ha siglato una serie di accordi bilaterali, in particolare con i Paesi africani, per smerciarle sottocosto in concorrenza con alcuni prodotti locali. Inoltre la Cina ha cominciato ad acquisire in varie regioni dell’Africa, per rifornirsi direttamente di diversi minerali e materie prime, ampie estensioni di terra riducendo così l’area di quelle coltivabili. Questi problemi erano già evidenti una decina d’anni fa. Tanto che il summit della Fao tenutosi a Roma nel giugno 2008 aveva posto in cima all’agenda dei suoi lavori, contro la denutrizione e per la sicurezza alimentare, l’adozione di efficaci programmi d’intervento. Ma quel vertice si concluse con un flop totale, in quanto non venne assunto alcun impegno concreto e finì invece col tenere banco il tema dell’agricoltura transgenica, affrontato peraltro in termini più politico-ideologici che realistici. Da allora, mentre hanno seguitato a ripetersi nei Paesi del Quarto mondo scontri e tumulti popolari a ogni impennata dei prezzi dei cereali e dei semi oleosi, la carenza di cibo, e quindi la mancanza di proteine e vitamine, continua a provocare un gran numero di vittime e ad accrescere perciò i fattori di tensione e di instabilità. Su un altro versante, quello dei mercati, l’arcigna difesa dei propri interessi nazionali da parte dei principali Paesi produttori di beni agricoli concorre ad alimentare tendenze protezionistiche e aspre controversie commerciali.

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