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Il Sole 24 Ore

Piccoli e biodinanici. I buyer stranieri cercano i vini unici ... Vinitaly. A Verona 30mila compratori - Cinesi a fari spenti... Baker (Canada): centrale il rapporto con la cucina... “Cosa ho scoperto finora a questo Vinitaly? Ho visto un’interessante produzione di Gambellara, che mi pare un’ottima alternativa al pinot grigio. E oggi andrò ad assaggiare un piccolo produttore di Vernaccia di San Gimignano”. Charles Baker è un agente che lavora per il monopolio dell’Ontario: chiunque voglia vendere vino in Canada deve necessariamente passare per questi intermediari, ce n’è uno per ogni stato. Baker è al suo quarto Vinitaly e in questi tre giorni ha già combinato parecchi incontri. Entro la fine della fiera conta di portare a casa sei o sette nuovi contratti. I nomi delle cantine non li dice per scaramanzia, ma c’è un filo rosso a legarli insieme: sono tutti piccoli produttori. Aziende di famiglia, tirature limitate ma di qualità, meglio ancora se derivate da vitigni autoctoni, e ancora meglio se bio. Al Vinitaly gli stand delle cantine sono affollati e il vino finisce a fiumi nei calici dei visitatori. Ma il vero business della fiera è quello che non si vede, che si svolge dietro le quinte e che ogni anno porta oltre 30mila buyer da tutto il mondo a firmare contratti di fornitura. Veronafiere da sola organizza oltre 800 incontri B2b, anche l’Ice fa la sua parte, ma poi il grosso avviene grazie ai contatti diretti fra i produttori e i compratori. Il futuro dell’export italiano batte dunque l’ora dei piccoli e medi produttori? A sentire i buyer dei mercati più maturi, sì. Quelli del Canada, ma anche quelli degli Stati Uniti. Shanna Marx è l’amministratore delegato di Amphora Imports, con sede nel Minnesota e licenze di vendita in 42 stati, e questo cambio di passo lo ammette chiaro e tondo: “Il pubblico dei consumatori americani si è evoluto. Soprattutto ai giovani, dei grandi marchi blasonati e dei vini strutturati non importa nulla. Preferiscono vini meno impegnativi, meglio se biologici, che abbiano un legame con la terra e con la storia della famiglia che li produce”. Le si illuminano gli occhi, quando parla della cantina Raina di Montefalco: “L’ho scoperta al Vinitaly dell’anno scorso, pratica l’agricoltura biodinamica e il produttore è anche uno chef. Il legame con la cucina, ecco: anche questo piace molto agli americani”. Dall’Italia ogni anno compra circa 45mila bottiglie: “Il loro numero è in crescita ma al primo posto della mia lista degli acquisti ci sono i vini sudafricani”. Charles Baker invece, di vino italiano in Ontario ne porta molto di più, circa 150mila bottiglie all’anno: “Per me - dice - siete primi a pari merito con gli spagnoli”. Quest’anno al Vinitaly si è dato l’obbiettivo di scoprire nuovi produttori siciliani e marchigiani. In Canada si vendono bene i bianchi, i vini freschi, i rosé e quelli a basso contenuto alcolico. Le sue migliori scoperte? “Il trebbiano di Cristiana Tiberio, l’aglianico di Luigi Maffini. E i vini delle Langhe dell Agricola Molino: due anni fa mi ci sono imbattuto per caso, tra gli stand della fiera di Verona, e oggi ne importo migliaia di bottiglie”. Un posto c’è ancora, però, dove i grandi nomi della tradizione vinicola Made in Italy hanno la meglio. Ed è la Cina. Al Vinitaly, quest’anno, i big dell’import-export di Pechino non sono arrivati. In compenso, silenziosamente tra la folla si muovono parecchi importatori piccoli e medi: i cinesi sono tra i cinque Paesi che a Verona hanno spedito il maggior numero di operatori. Vengono dalle città della costa come dalle regioni dell’interno, fanno poca notizia ma pare stiano firmando parecchi contratti. Alcuni di loro viaggiano con gli influencer al seguito. Come Karla Wang, alias Lady Penguin, 29 anni e oltre un milione di follower tra Wechat e Weibo: “In Cina i vini italiani sono ancora poco conosciuti, qui crescono molto gli australiani e nell’immaginario collettivo i marchi top sono francesi. Ecco perché i brand più adatti al mercato cinese sono ancora i grandi nomi del Made in Italy”. Tornando a Pechino, Lady Penguin parlerà di Frescobaldi, Masi e Tommasi “e anche del Barolo, che è il mio preferito. Ma non posso dimenticarmi del Moscato d’Asti: con la cucina tradizionale cinese, che utilizza lo zucchero anche nei piatti salati, questo è il vino italiano che si abbina meglio. Ed è anche il vino italiano più famoso”.

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