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Il Tempo

Questa ancora ci mancava: «la militanza gastronomica» ... Ad evocarla è il blog di Stefano Bonilli, patron del Gambero Rosso, che ha pizzicato Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, su una frase detta durante la presentazione a Roma del suo libro «Buono, pulito e giusto, principi di nuova gastronomia», stretto tra Alemanno e Fassino con il benestare della Coldiretti. Carlin Petrini, secondo quanto ha riportato il Corriere della Sera, ha precisato che il suo «non è un libro di ricette per una cricca di mangioni egoisti appartenenti ad una élite facoltosa». Una frase come tante, detta forse per mettere le mani avanti a quella critica che serpeggia da sempre nella gauche senza caviar, che vede con occhio sinistro i compagni impegnati a disquisire su Brunello di Montalcino e prodotti tipici. Fatto sta che al Gambero si sono sentiti presi dentro, un po’ perché i libri di ricette li fanno pure loro, un po’ perché le apparizioni televisive sulle guide li hanno visti impegnati con le mandibole sull’alta cucina. Ma tant’è, il mondo di Enolandia si sta dividendo in due: i militanti e i disimpegnati. Ora, Bonilli è un giornalista serio, che affronta l’arena della comunicazione con un blog, dove le critiche al suo intervento non sono mancate. Potrebbe pontificare da Tv e riviste, come gli è piaciuto fare fino a ieri, e invece mette sulla piazza i propri sentimenti e risentimenti. Non è facile. Anche se il problema resta. L’attenzione all’enogastronomia, che spesso esonda nella politica, vuoi coi piatti cucinati in diretta dai politici, vuoi con le proposte di legge per tutelare il tortello di zucca, può avere davvero due risvolti. Una è per l’edonismo puro e duro, il piacere, l’altro ha un progetto. Luigi Veronelli e Carlin Petrini fanno parte di questa seconda schiera, condivisibile o meno, ma la loro azione s’è spinta verso una certa idea di agricoltura che non è solo folklore e presa d’atto, ma necessità di crescita. Gambero Rosso e altri gastronomi, curatori di guide e chi più ne ha più ne metta, indicano il piacere, con una certa competenza. Possono convivere? Sì, a patto che accettino di rappresentare cose diverse, senza invidie e gelosie e senza quella malattia dell’egemonia che tanto assilla il popolo a sinistra dove l’ossessione di controllare tutti gli spazi è a volte esagerata. Nel bailamme, intanto, sta arrivando un terzo incomodo, sempre di sinistra si capisce, che fa riferimento al Critical Wine. Abbiamo letto qualche passo del suo pensiero, sul settimanale Vita, del tipo che «il vino concorre a forgiare disparità sociali a livello di stili di vita». «Ma non bisogna dimenticare - dice sempre l’ideologo - che l’alcol è un veleno». Gianni Emilio Simonetti liquida così la faccenda, mettendosi sull’onda di quel suo collega francese che sta obbligando i produttori a mettere sull’etichetta la scritta «il vino nuoce gravemente alla salute». Che dire, sono già tre gli schieramenti, l’un contro l’altro armato, di coltelli e di forchette. Ma il caviale, alla fine, chi se lo mangia veramente? (arretrato de "Il Tempo" del 13 dicembre 2005)

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