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Il Venerdi' Di Repubblica

L’Europa lancia la tolleranza zero all’alcol ... Londra multa i pub che offrono sconti. Mosca triplica la tassa sulla birra e frena la vendita di vodka. Poi, il giro di vite di Parigi e Atene. È la linea dura contro un’emergenza che miete migliaia di morti ogni anno. E costa anche una fortuna... Magari sarà solo una coincidenza, ma a forza di dire che la crisi economica ci ha riportato al ‘29, ecco che è tornato di moda anche il proibizionismo. Dalla Cambogia alla Mongolia, dalla Cina al Kenya, molti governi stanno cercando di scoraggiare l’abuso di vino, birra e degli altri alcolici. Ma a correre ai ripari è soprattutto l’Europa, la regione del mondo che “beve” maggiormente (2,5 volte più di ogni altra). Secondo un dossier pubblicato a fine settembre dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), all’interno della regione europea (incluse la Russia e le repubbliche ex sovietiche), l’alcol “è responsabile del 6,5 per cento di tutte le morti e dell’11,6 per cento di tutti gli anni persi a causa di disabilità e morti premature”. Il danno economico annuo si stima in una somma equivalente all’1,3 per cento del Pil dell’Ue, ovvero 125 miliardi di euro, che se ne vanno in spese per le cure (22 miliardi), in costi causati dalla criminalità (44 miliardi) e in ore di lavoro perse (59 miliardi). Alla testa della campagna antialcol sono oggi Londra e Mosca. Nel Regno Unito (patria di Amy Winehouse, per intenderci), Gordon Brown ha lanciato a metà gennaio un’offensiva contro il binge drinking, l’ubriacatura veloce, vietando a pub e bar di offrire sconti, promozioni come “bevi due, paghi uno” e giochi tipo “la sedia del dentista”, che consiste nello “sparare” il drink direttamente nella bocca del cliente. Per i proprietari dei pub inadempienti sono previste multe fino a ventimila sterline e condanne fino a sei mesi: non un gran modo per iniziare l’anno, per un settore in crisi da lungo tempo (nel febbraio scorso chiudevano cinque pub al giorno). Le norme intendono combattere un fenomeno che costa al Regno Unito tra gli otto e i 13 miliardi di sterline l’anno. Ma anche tante vite umane: nel 2008 ha ucciso 9031 persone, contro le 8724 dell’anno precedente, e in sedici anni il numero delle morti è più che duplicato. In Russia il primo ministro Vladimir Putin si è dato invece dieci anni di tempo per dimezzare il consumo di alcol dei suoi concittadini. Per combattere questa “minaccia nazionale”, che uccide 98 mila persone l’anno e secondo la rivista medica Lancet è responsabile della metà dei decessi di tutti i russi tra i quindici e i 54 anni, ha triplicato le tasse sulla birra, ha introdotto un prezzo minimo per la vodka e ha limitato produzione, vendita e pubblicità di alcolici. Ad agosto anche il presidente Dmitrij Medvedev si era detto scioccato dai dati ufficiali e aveva ordinato una svolta: e ora si sta pensando anche di limitare i luoghi e le ore di vendita. “Sono iniziative interessanti” dice Andrew McNeill, direttore dell’Institute of Alcohol Studies di Londra, che produce dossier per la Commissione europea. “Molti studi confermano che il prezzo è un fattore decisivo, perché più l’alcol è economico, più viene consumato”. Non a caso, l’Oms ha messo al centro della sua nuova strategia globale, annunciata a Ginevra poche settimane fa, proprio l’aumento delle tasse e del prezzo degli alcolici.
Una politica che ultimamente è resa più semplice anche dalla crisi economica, come dimostra il caso della Grecia, dove a inizio anno il governo di George Papandreou, per fare fronte a uno spaventoso deficit, ha approvato con effetto immediato, e perché sia anche “di beneficio
alla salute pubblica”, l’aumento delle tasse su tabacco e alcolici (da 11,4 a 13,7 euro per litro). Una strada battuta pure dalla Repubblica Ceca, che a ottobre ha alzato del 33 per cento quelle sulla birra. Ma questa battaglia si combatte anche con altre armi, come l’aumento dell’età minima per l’acquisto di alcolici (il marzo scorso la Francia l’ha portata da 16 a 18 anni) o il divieto di pubblicità, tema su cui il governo islamico moderato della Turchia sta pensando di prendere esempio proprio dalla laica Parigi, che nel 1991 ha proibito gli spot di alcolici in tv e nei cinema. E infine c’è il tasso alcolemico di chi guida: “Quasi tutti lo hanno portato a un massimo consentito di 0,5 g/l ” spiega la norvegese Mariann Skar, segretario generale del network bruxellese Eurocare. “È un’altra strategia importante, perché l’alcol è all’origine di un quarto di tutte le morti stradali e gli incidenti in auto costano ogni anno all’Ue qualcosa come 45 miliardi di euro”. Dibattiti sul problema ravvivano in questo momento diversi Parlamenti, tra cui quelli di Scozia e Estonia e il governo di Israele, a fine dicembre, ha vietato la vendita di alcol tra le 23 e le 7. Ma come si spiega questa grande attenzione dei politici? “C’è stata una svolta culturale” risponde McNeill. “I problemi legati all’alcolismo sono diventati più visibili e più forte si è fatta la pressione sui bilanci della sanità”. In generale il consumo sembra essere infatti diminuito in Occidente. Secondo dati pubblicati dall’Osce nel 2009, tra il 1980 e il 2007 è calato drasticamente in Paesi come Italia, Spagna, Germania e Francia. Rimane però un problema serio. Non solo perché ci sono nazioni in cui il consumo aumenta (come Irlanda, Finlandia, Gran Bretagna e Polonia), ma anche perché esistono specifiche fasce d’età che destano molta preoccupazione. In Europa si ubriacano sempre più frequentemente i minorenni, le donne di mezza età e quelle sopra i 65. Più in generale, c’è una categoria che magari non finisce negli spot delle campagne contro le stragi del sabato sera, ma che è fortemente toccata dal problema: “È vero, dobbiamo preoccuparci dei nostri figli” conclude McNeill. “Ma i danni peggiori l’alcol li procura agli adulti. E questo è dannoso anche per i giovani che poi guardano con sospetto le campagne anti-alcol di una società adulta che considerano ipocrita”.

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