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Il VenerdÌ Di Repubblica

Rosso o bianco? L’importante è bere bene... Da oggi in edicola e in libreria la guida dell’Espresso “I vini d’Italia 2012” a cura di Fabio Rizzari e Ernesto Gentili. Migliaia di schede e segnalazioni per scoprire i migliori … Nessuna guida è una bibbia. Ma certo che a sfogliare l’edizione 2012 della guida I Vini d’Italia de l’Espresso (da oggi in edicola e in libreria e che sarà presentata giovedì 6 ottobre al mercato cli San Lorenzo a Firenze) ci si lascia sedurre dal gioco della lettura a più livelli. Il lettore (e bevitore) professionale ha da sbizzarrirsi con migliaia di schede di aziende e oltre diecimila note sulle singole etichette. Il lettore appassionato, poi, incontra tanti consigli per non perdersi tra i filari delle mode e anche un linguaggio preciso, ma non paluclato, lontano dal mantra banale o peggio catastrofica mente immaginifico, (“pipì di gatto”, “frutto di bosco”, “rugiada mattutina”, “ferro bagnato”) che ha trasformato tanti degustatori in macchiette che sembrano parodie di Antonio Albanese. Il neofita ci trova addirittura un glossario e brevi, disincantati, cenni di introduzione alla degustazione che esordiscono con la massima cli Francois Rabelais per cui “bere senza pensarci e come non bere” e non temono di dichiarare quello che è noto: “nulla di meglio dell’esperienza”. Come a dire, più la pratica che la grammatica. E poi, senza timore di esagerare, c’è pure una chiave di interpretazione da lettore sognatore: che sfoglia le pagine di I vini d’Italia 2012 come un romanzo d’avventura e, mentre lo fa, immagina di viaggiare tra le colline e dentro le cantine, scorre brevi note di degustazione e sente in bocca l’esplosione potente del barolo di Monforte o il talento giovane di un nerello mascalese dell’Etna. Il tema del linguaggio e della distanza dallo stereotipo della guida “cartacea” seriosa (cui dovrebbe contrapporsi, nell’infinita polemica tra i critici della carta e quelli della rete, il tenore allegrotto e movimentato dei tanti blog sul vino) è argomento caro a Fabio Rizzari, curatore della guida insieme con Ernesto Gentili. “Utilizziamo” dice Rizzari “-un gergo tecnico, ma non accademico. Certo, facciamo i conti con gli spazi contenuti di una pubblicazione e non possiamo rinunciare a un certo livello di astrazione e comprensione sottintesa, ma da anni scartiamo litanie e analogie senza informazioni. E un esercizio di sintesi tra elenchi e voti, a volte un po’ brutali, e commenti che contengano notizie utili”. E non è un caso, e neppure un’opzione di compromesso, che la guida possa essere letta e interpretata anche con l’ausilio cli un blog (vino.blogautore,espresso.repubblica,it) in cui i curatori con serietà e spensieratezza discutono del vino che, sono sempre parole di Rizzari, “non è ingegneria nucleare”.
Non impianti atomici, ma nemmeno un gioco, vista l’influenza che la guida ha sul mercato del vino, soprattutto in un momento difficile come questo, esauriti i tempi, se non proprio delle vendite facili, almeno dei “vini grassi”. Beppe Rinaldi, fresco del riconoscimento della pregiata terza stella per la sua cantina di Barolo, conferma che il periodo dell’oro è terminato: “Era scontato. Gli alti e bassi ci sono sempre stati ma, a parte la crisi e la depressione del mercato statunitense, un po’ ce la siamo cercata con una certa dabbenaggine. In Piemonte, per esempio. negli ultimi quindici, venti anni, le bottiglie di Barolo sono passate da sei a dodici milioni. La monocoltura è noiosa, monotona e imprenditorialmente poco lungimirante”. Tre stelle, si diceva, Con questo riconoscimento la guida premia le migliori cantine, quelle cioè che dimostrano alto livello qualitativo, rappresentatività nel territorio e nella denominazione di riferimento e uno stile definito riconoscibile e stabile nel tempo. Ecco, territorio e riconoscibilità nel tempo fanno pensare alle “tendenze”, che nel mondo del vino soffiano come cicloni e disorientano il bevitore appassionato, sballottato tra le tante guerre di posizione: un giorno pasdaran del cabernet, un giorno nella trincea del vino è la maniere della Mesopotamia antica. Sul punto, la posizione della guida traspare chiaramente dai voti e dai giudizi e Gentili conferma che la pubblicazione “dà valore ai vini che sono espressione leale del territorio, non pompati, non troppo estrattivi, pur mantenendo un atteggiamento critico nel senso letterale del termine perché ciò che conta è il risultato finale. Simpatizziamo con il legame della tradizione, ma non ci facciamo ingabbiare dalle mode e preferiremo sempre un vino da uve internazionali ben realizzato piuttosto che uno da vitigni autoctoni vinificato approssimativamente”. Se questa vi sembra una considerazione elementare, è perché non siete ancora precipitati in una delle discussioni belluine che animano il frammentato ed entusiasta mondo della critica enoica.
Quanto alle etichette, un vino solo al comando. L’edizione del 2012 premia con il punteggio di 20/20 (ma, come ricordano i curatori, la perfezione non esiste) il Barbaresco Asili 2006 dell’azienda agricola I Paglieri-Roagna, bandiera di un Piemonte che, con la Toscana, si conferma motore dell’enologia di qualità. Tra le piacevoli sorprese c’è la buona prestazione d’insieme dei produttori della Sardegna e, soprattutto, di quelli dell’Alto Adige. “I primi” dice ancora Rizzari “restii negli anni scorsi a impiantare uve moderne si trovano oggi con un patrimonio inimitabile di varietà originali; i secondi, con una superficie vitata ridotta, producono un grande numero di vini di altissimo livello. Qui, tutti fanno le cose per bene: anche le cantine sociali”.


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