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Io Donna

La cultura del vino ... Limitare la pubblicità che associa l’alcol al successo? Un tentativo probabilmente destinato al fallimento. Per motivi diversi. Anche economici...
Secondo un’indagine dell’Istituto superiore della Sanità gli adolescenti bevono sempre di più. Non va meglio agli adulti: sono legati all’alcol 35 decessi su centomila abitanti per gli uomini e 8,4 per le donne. E ancora, si può attribuire all’alcol il 5,3 per cento di tutti i tumori maligni maschili e il 3 di quelli femminili.
Per rimediare, il ministero della Solidarietà sociale ha proposto di limitare la pubblicità degli alcolici alle semplici informazioni sul prodotto, vietando quella che collega il consumo di alcol a stili di vita di successo. E obbligando a scrivere sulle bottiglie “danneggia la salute” e altre frasi simili, un po’ come è successo con le sigarette.
L’analisi. L’alcol, e il vino in particolare, è un elemento distintivo della cultura italiana e non solo: basti pensare al ruolo del vino nel rito eucaristico. È legato alla vita sociale: una buona bottiglia è una scusa per un invito, per stare in compagnia. È un segno di festa: non ci sono auguri senza un brindisi. L’apprezzamento si nota anche nelle parole: agli alpini, durante le marce, veniva offerto un “cordiale”, l’alcol si chiama anche “spirito”, nei processi di distillazione c’è una parte del prodotto definita “anima”. All’ultima edizione di Vinitaly, una delle più importanti manifestazioni sul vino che si svolge ogni anno a Verona, hanno partecipato 150 mila persone. Se a questa fetta di mercato aggiungiamo le birre e i superalcolici, si ha un’idea di quanto grandi siano gli interessi economici del settore.
Considerati questi due aspetti - culturale ed economico - è davvero credibile che una legge contro la pubblicità degli alcolici sia approvata? No. Si è già tentato in passato, e sempre senza risultati. Cercare una via di mezzo vietando solo la pubblicità che collega l’alcol a stili di vita di successo non ha senso: qual è lo spot che promuove un prodotto associandolo a un poveraccio? Con le sigarette il divieto di pubblicità e l’obbligo delle scritte informative sui pacchetti era passato anche perché conveniva anche alle aziende produttrici: le richieste di risarcimento per malattie causate dal fumo cominciavano a essere parecchie (negli Stati Uniti soprattutto), e un avvertimento sui pacchetti vale come un “io te l’avevo detto”.
In teoria potrebbe succedere anche con l’alcol (gli si attribuiscono quasi la metà dei decessi per cirrosi epatica), ma non è ancora accaduto. Con la proposta di regolamentare la pubblicità si cerca insomma di dare una risposta a due bisogni differenti: affermare che l’alcol fa male (o meglio, può fare male: dipende da quanto se ne beve, come, dalla reazione del corpo, che non è uguale per tutti); e non danneggiare un settore economico molto importante. Due bisogni inconciliabili: e un divieto non servirà certo a farli dialogare.

Beve il sabato sera (la birra è la preferita) il 67% dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni e l’83,4% di quelli tra i 16 e i 18. Poi si scende: 66,7% dai 19 ai 24, 64,2% dai 25 anni in su.

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