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L'espresso

Com’è grigio il Pinot. Una vendemmia problematica. L’export in difficoltà in Europa. E una questione spinosa: i prezzi sono troppo alti? Ecco mea culpa e ragioni di un settore in impasse ... Acini piccoli, buccia spessa, scarsa acidità ... Il bollettino stilato dagli enologi a fine vendemmia ha il tono costernato di chi assiste a una mezza disfatta laddove tutti i pronostici davano per certo un trionfo: l’annata 2003 si preparava a riscattare il pessimo 2002 e invece, tra caldo e siccità, l’uva è arrivata al momento del raccolto provata. Piccola, molto zuccherina, ma senza l’altra componente fondamentale del buon vino: l’acidità.
“Per i bianchi, che hanno bisogno di acidità, è un guaio”, spiega Franco Ricci, presidente dell’Associazione dei sommelier. Non tutte le zone sono nella stessa situazione, certo. Ma per mettersi al riparo da sorprese i produttori avevano comunque messo le mani avanti e, tramite 13 regioni, avevano chiesto al Ministero delle Politiche agricole il via libera per ricorrere al mosto concentrato: un escamotage per rinforzare il vino un po’ pigro, che fatica a crescere di gradazione. Una pratica legale, per carità (in Francia si può essere usare il saccarosio), ma che dovrebbe essere riservata ai momenti difficili. Aggiungi il mosto e, oplà, due gradi in più sono garantiti. Se poi si considera che all’aggiunta del mosto si accompagna anche un piccolo incentivo in quattrini, ecco che a volere pensare male questo mosto conviene anche.
“Alla fine saranno in pochi a usarlo”, assicura Emilio Pedron, amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, il secondo gruppo italiano. Ma questa della vendemmia scarsa non è l’unica spina nel fianco che affligge da qualche mese il settore. Luci e ombre vengono dall’export, aspetto vitale per le aziende. Brutte notizie arrivano dall’Europa, i cui dati registrano un tracollo del mercato tedesco: nei primi tre mesi del 2003, è sceso del 21 per cento in quantità, e del 7 in valore. E dove la Spagna ci dà del filo da torcere nei vini da taglio. Ossigeno, invece, proviene dal mercato americano, dove l’export, sempre nel primo trimestre di quest’anno, è in aumento del 20 per cento sia in volume che in valore, e dove abbiamo superato il nostro concorrente più agguerrito: la Francia. “Nel complesso vendiamo meno, ma meglio”, sintetizza il direttore dell’Associazione Enologi italiani, Giuseppe Martelli: cioè più vino in bottiglia e meno sfuso, più vino di qualità e meno vino senza nome. Più serrata ovunque, però, è diventata la concorrenza del Nuovo Mondo: “I vini cileni a australiani, neozelandesi e sudafricani, i cabernet, i merlot, gli chardonnay, fatti da aziende di grandi dimensioni e con un’impronta di gusto internazionale, non disorientano i consumatori del Nord-Europa come le nostre 30 mila imprese, ognuna delle quali ha in media cinque etichette diverse. E poi ci surclassano nel prezzo”, avverte Martelli.
Proprio il teme prezzo sta diventando il tormentone del settore. Non avremo alzato un po’ troppo le quotazioni?, si chiedono oggi in molti. “Quando l’annata non è granchè, in Francia non mettono il vino sul mercato. E magari lo distribuiscono più avanti, con un prezzo inferiore”, accusa Gigliola Bozzi Gaviglio, presidente di Vinarius, circuito che associa molte enoteche in Italia e titolare di un negozio al centro di Milano: “Da noi, invece, il prezzo non scende mai. Anzi. Con l’euro, quello che due anni fa si vendeva a 6-7 mila lire, ora costa almeno 5 euro. Per non parlare dei vini blasonati: quello che costava 50 mila lire, ora costa 35-40 euro. Ma si vende sempre meno. Di giapponesi che una volta entravano per comprare 12 bottiglie di Sassicaia e non chiedevano il prezzo, non se ne vedono più”.
“Molte aziende hanno dato troppo peso al fattore intangibile del prezzo”, argomenta Pedron: “Spese per costruire un’immagine, cantine bellissime e firmate, per non dire dell’effetto moda: l’anno scorso vini come il Pinot grigio, il Valpolicella, il Chianti, il Bardolino e la Barbera, dopo gli aumenti hanno visto ridursi del 30-35 per cento le vendite. Senza contare che aumentare i prezzi dopo un’annata di non grande qualità è visto come un atto d’arroganza da parte dei buyers internazionali”. Una posizione condivisa, secondo un’indagine di Vinitaly.com, il portale della Fiera di Verona dedicato al vino. “Il controllo dei prezzi è indispensabile se vogliamo difenderci dai concorrenti”, afferma Gianni Zonin, presidente del primo gruppo italiano. “Attenti ai ricarico”, avverte Roberto Felluga, dell’azienda Friulana Marco Felluga di Cormons. Già: i ricarichi. Il ristorante raddoppia, nel migliore dei casi, o addirittura triplica. E spinge per questo i vini di prezzo medio, dove il gioco è più facile. L’enoteca ricarica del 30-40 per cento. E all’origine?
“I produttori devono calmierare i prezzi”, afferma Franco Ricci: “Anzi, secondo noi, quando la vendemmia non è di grande qualità dovrebbero scendere del 35 per cento”. Alcuni produttori scaricano la responsabilità sulla materia prima. Del boom del vino, anche chi fa l’uva ha voluto trarre qualche beneficio, e le quotazioni sono lievitate. Per esempio, il Pinot grigio, essendo uno dei vini più bevuti all’estero, s’è tirato dietro le aspettative di guadagno di tutta la filiera. Fino a diventare troppo caro e ad andare in crisi. “Un altro caso clamoroso è quello della Valpolicella, le cui uve sono cresciute sette volte in sette anni”, avverte Pedron. Anche quest’anno tra produttori di uva e imbottigliatori è muro contro muro: i primi pretendono aumenti, i secondi si sono impuntati a non concederli.
Ma della loro strategia di prezzo i produttori non amano parlare. Secondo i calcoli di un’inchiesta del “Gambero Rosso”, la forbice tra un supervino e un vinello, in termini di costo di produzione, è di poco più di tre euro. Una bottiglia da 0,75 di un vino giovane costa 1,46 euro, una di vino invecchiato 4,93. Tutto il resto è solo immagine? No, naturalmente: è anche qualità, botti nuove, ricerca sul prodotto, investimenti fermi in attesa che si compia l’invecchiamento. E anche pubblicità, che gli esperti stimano incida per il 10-20 per cento sul prezzo. Questo significa i 100 euro di certi vini? “Non puoi dire che un vino è caro finchè non resta invenduto”, è la massima di un esperto come Enzo Vizzari. Resta il fatto che un vino di lusso come il Barolo subisce proprio per il prezzo la concorrenza dei grandi vini francesi sui mercati stranieri. E che molti produttori devono affiancare al vino di lusso della propria produzione, “seconde linee” più abbordabili. Così Vittorio Frescobaldi, accanto al mitico Sassicaia annovera il Chianti Nipozzano o il Remole, e l’inimitabile Gaja affianca al Barbaresco Sori, 200 euro la bottiglia, il Sito Moresco, a 28 euro.
Tutti i produttori si stanno preoccupando di tagliare i costi. “Dobbiamo allargare la base produttiva per produrre meglio e a costi più bassi”, afferma Frescobaldi: “All’estero abbiamo a che fare con chi fa agribusiness, mentre noi restiamo legati al farming. Troppo agricoltori e poco industriali. Una grande occasione sarà il rinnovo delle vigne che si compirà di qui a dieci anni: ci sarà il doppio di piante a ettaro (5-6 mila) e meno uva su ciascuna pianta, il che consentirà la vendemmia a macchina. Con l’abbattimento del 50 per cento delle ore-uomo. Ma c’è qualche riserva che questo si traduca in prezzi più bassi.

Addio Bond meglio i fondi. Quando la finanza finisce in cantina
... oggi, di strumenti finanziari specifici per il settore non se ne sono più fatti. “La finanza fa fatica ad avvicinarsi al mondo del vino, perché è più legato all’agricoltura che all’industria”, sostiene Stefano Romiti, della Deloitte Financial Advisory Service. “Una strada nuova potrebbe essere quella di far entrare nelle proprietà dei vigneti i fondi immobiliari”, dice Perazzini: “Magari di fondi Usa, che cercano investimenti stabili, a 30-40 anni”.

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