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L'espresso

Tintarella d’uva ... Colloquio con Enzo Vizzari. Con Enzo Vizzari, direttore della guida Espresso “I Vini d’Italia”, abbiamo analizzato la vendemmia 2007, considerata la più precoce a memoria di produttori.
È davvero una vendemmia record? Sì, e per due ragioni: perché è stata oggettivamente precoce. E perché è stata la più scarsa della storia della viticultura italiana. Si parla di una produzione pari a 43 milioni di ettolitri di vino, ma potrebbe essere di meno. E se per l’Italia questo è un record assoluto, un calo generalizzato si riscontra in tutto il mondo. E’ uno degli effetti del riscaldamento. Ma già altri fenomeni si manifestano: per esempio, ci saranno nuove zone dove sarà possibile produrre vino. Dal punto di vista della qualità avremo vini più concentrati e potenzialmente più alcolici. Ma sarà uno stimolo per la ricerca, che dovrà escogitare soluzioni perché le piante sopportino meglio maturità e calore.
Gli scenari non saranno dunque necessariamente tutti negativi? “No, anzi un aspetto positivo da considerare riguarda l’influenza sui prezzi. In questi anni un eccesso di domanda ha fatto sì che si svendessero molti vini, indipendentemente dalla qualità. Una produzione più bassa contribuirà a riequilibrare i prezzi. L'effetto è però vantaggioso per i produttori.
I consumatori devono aspettarsi una risalita dei costi? Già oggi sul mercato c’è uno spettro enorme di prezzi e di qualità. E questo anche grazie a vini provenienti dai nuovi mondi, tecnicamente ineccepibili, magari senza personalità, ma frutto di aziende di altissimo livello tecnico. Si può immaginare che queste produzioni aumenteranno. I vecchi produttori, invece, saranno costretti a produrre vini con un’identità inconfondibile. In cosa identifica quella italiana? La peculiarità di certi vini è data dal fatto che non sono riproducibili al di fuori dei territori d’elezione. Penso al nebbiolo, che è solo piemontese, o al pinot nero di Borgogna, all’aglianico, al pinot grigio. Il nostro paese è condannato a lavorare sulla qualità. Sulla quantità perde. In direzione di quali vini si sta muovendo il gusto? Tra i bianchi si può immaginare un’ulteriore crescita del Soave veneto, e del friulano Collio. Tra le uve nere è un momento d’oro per l’aglianico e per i rossi dell’Etna. Ma anche per vitigni autoctoni come inzolia o catarratto. C’è un aperto sostegno proprio dei vitigni autoctoni, considerati la strategia di difesa del made in ltaly enologico. Cosa ne pensa? Che bisogna puntare su vitigni buoni, che consentano di fare vini di alta qualità. E smitizzare l’idea che autoctono coincida sempre con buono. Prendiamo il tignanello, vino dall’identità inconfondibile: lì il sangiovese, autoctono, è integrato in misura intelligente con altri vitigni di gusto internazionale. Quale è allora la sua ricetta per il vino italiano? Puntare sulla qualità, sull’identità e sul marketing. Bisogna andare nel mondo a studiare i mercati, i vini più richiesti, le fasce in cui collocarsi. Facciamo qualche previsione: su chi è pronto oggi a scommettere? In una regione come la Liguria, che non ha mai espresso grandi vini, punto su lambruschi e sul suo vermentino. In Sicilia, su Arianna Occhipinti che ha un’interessante azienda, a Vittoria dove produce ottimo frappato. Sull’Etna, continuo a scommettere sulla crescita del produttore Biondi, e del suo Outis. Nella zona del Collio merita risalto Zidarich, il cui Prulke è eccelso. E in Abruzzo, ad Alba Adriatica, segnalo Stefania Pepe e i suoi rossi. In Toscana è al top l’azienda Poggio di Sotto, che sforna un impressionante Rosso di Montalcino: batte la metà dei brunelli in circolazione.

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