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L'espresso

Ragazzi in campo ... Tornare alla terra. Per salvare il pianeta serve che i giovani riprendano a fare i contadini. E sono necessarie strutture per lo sviluppo di nuove socialità... Non vorrei che gli allarmismi sullo stato di salute del pianeta comincino a creare il famoso “effetto Amazzone”, con cui i pubblicitari definiscono quei messaggi che a forza di reiterazioni ossessive finiscono col perdere ogni potere comunicativo, fino a ottenere addirittura l’effetto opposto. Nel 2008 sarà ora di dare idee, soluzioni, studiare nuovi modelli. Una delle chiavi di lettura più originali e stimolanti da seguire per “salvare il pianeta” credo sia la questione del ritorno alla terra, soprattutto da parte dei giovani.
I sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo sviluppatisi dal secondo dopoguerra in poi, seguendo modelli di stampo industriale, sono tra i principali imputati del livello intollerabile di emissioni e della pericolosa riduzione della biodiversità planetaria. In termini ecologici, oggi la produzione del cibo è un disastro colossale. Oltre ai danni ambientali, uno degli effetti dell’industrializzazione su scala globale dell’agricoltura e del settore alimentare è anche stato quello di allontanare dalla terra miliardi di persone.
Un paio d’anni fa c’è stato un sorpasso inedito nella storia dell’umanità: il numero delle persone che nel mondo vive in zone urbane ha superato quello di chi vive e lavora in zone rurali. Se da un lato nei Paesi più sviluppati l’urbanizzazione ha decretato la forte diminuzione dei contadini, riducendo la percentuale della loro forza lavoro a numeri irrisori (sempre sotto il 10 per cento e in molti casi anche sotto il 3 per cento), d’altro canto questo processo comincia a coinvolgere in maniera importante quella fetta di mondo considerata “in via di sviluppo”. Le metropoli in India, Brasile, Messico, Cina e altri Paesi dalla vertiginosa crescita economica si stanno gonfiando a dismisura, invase da masse di ex-contadini che abbandonano la terra per disperazione o per inseguire il sogno di una vita di città che quasi sempre però si rivela misera, al di sotto di ogni soglia di dignità umana; con ricadute disastrose in termini di inquinamento e qualità della vita.
La questione del ritorno - o dell’attaccamento - alla terra assume in questo quadro un’importanza davvero strategica, perché se è vero che la produzione sostenibile del cibo, attraverso una sua ri-localizzazione, è uno dei nodi fondamentali per garantire la vita del nostro pianeta, resta un interrogativo a cui non è facile rispondere: chi dovrà occuparsi di questa produzione pulita, adatta ai territori, rispettosa della biodiversità, su piccola scala e di maggiore qualità? Come sarà possibile garantire a queste persone la dignità che si meritano, visto il loro ruolo determinante da cui non si può prescindere per immaginare un futuro senza disastri ambientali?
Da più parti si cerca una soluzione aumentando gli stanziamenti e incentivi ai giovani che intendono tornare alla terra e alla produzione del cibo. Questi provvedimenti sono senz’altro utili, ma sul lungo periodo potrebbero avere un effetto paragonabile a quello dei pannicelli caldi usati per curare una grave malattia. Se non si creano le condizioni sociali e culturali perché il lavoro in campagna sia gratificante, se non salviamo modelli di produzione sostenibili e innovativi dalla deriva del libero mercato globale, di sicuro non si riuscirà a invertire la tendenza attuale.
Le campagne hanno bisogno di tornare a essere luoghi accoglienti, dove ai vantaggi di una vita fuori città si devono unire certe comodità proprie della città. È necessario creare strutture per lo sviluppo di una nuova socialità, potenziare mezzi di comunicazione, rivitalizzare luoghi di aggregazione, garantire la copertura dei servizi essenziali.
Questa è la grande scommessa: cambiare il volto alle campagne, farle diventare luoghi vivi, piacevoli, dove ci sia occasione di incontro e di scambio, in cui la pratica del lavoro agricolo sia foriera di soddisfazioni e agiatezza.
La chiave di volta sta in una focalizzazione degli interventi sulla dimensione locale, esattamente come si dovrebbe fare per migliorare la qualità delle produzioni stesse e la sostenibilità dei processi agro-alimentari. Le comunità agricole devono e possono essere il più possibile autosufficienti, produrre e utilizzare risorse energetiche alternative e rinnovabili, e avere un rapporto commerciale e sociale diretto con le più vicine zone urbane. L’esempio ci viene per ora soprattutto dagli stati del Nord del mondo, in cui nascono nuovi modelli virtuosi. Come i “farmers’ markets” o la “community supported agricolture” che avvicinano produttori rurali e consumatori urbani accorciando la filiera e favorendo l’incontro tra i soggetti in questione; lo sfruttamento di risorse energetiche rinnovabili su scala locale a seconda delle potenzialità dei diversi territori; il potenziamento dei mezzi di comunicazione per annullare l’isolamento o il digital divide; l’emergere della bioarchitettura. Ma anche il Sud del mondo comincia a diventare propositivo in questo senso, con la nascita di cooperative, mercati contadini in città, miglioramento delle infrastrutture e dei mezzi di trasporto.
Sono davvero tanti i modi in cui si può favorire questa rinascita delle campagne, di cui beneficeranno anche i cittadini, visto che migliorerà il loro cibo in termini di qualità, freschezza, prezzo, identificazione culturale.
È un processo lento, che passa dunque necessariamente attraverso un ritorno di gente giovane e motivata, con una mentalità capace di cogliere le grandi sfide di questo nuovo secolo. Una mentalità che si distacca nettamente da una visione economica classica, vecchio stile, che ha finito con il pretendere che i contadini si trasformassero in “imprenditori agricoli”, snaturando le loro competenze e la loro identità.
Ciò che manca, o che spesso c’è ma è ostacolato dalle contingenze economiche, è il cuore, la passione, la possibilità di unire vecchia sapienza contadina e nuova socialità, nuovi stili di vita. Sono convinto che siano tanti i giovani nel mondo pronti a dare una risposta, capaci di rinnovare il lavoro agricolo e di applicare una creatività moderna a uno dei mestieri più antichi e fondamentali per l’umanità. Mancano ancora le condizioni strutturali perché profitto e soddisfazione siano garantiti, ma i soggetti ci sono senza dubbio. Durante il Congresso Mondiale di Slow Food a Puebla, in Messico, lo scorso novembre, Slow Food ha lanciato un programma di viaggi lavoro-studio all’interno delle comunità agricole della rete di Terra Madre (l’incontro mondiale tra le comunità del cibo provenienti da 150 Paesi del mondo che si tiene ogni due anni a Torino), dedicato ai giovani che vogliono conoscere realtà differenti dalle loro e apprendere modi sostenibili di lavorare la terra trascorrendo un periodo all’estero, ospiti delle comunità stesse. Le prime risposte sono state entusiasmanti e si profila dunque una delle più grandi operazioni di scambio culturale che si siano mai viste.
Perché produrre cibo, oggi, è diventata prima di tutto un’attività culturale, che necessita di grande sapienza, consapevolezza, creatività.
Se questo processo virtuoso di ripopolazione delle campagne prenderà piede, sarà sicuramente una delle medicine migliori per il nostro pianeta, e per la qualità delle nostre vite.

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