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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Allarme effetto serra per il Brunello ... Clima. Uno studio: “I grandi rossi a rischio”. Gli ottimisti: “Il vino si farà sempre”... Allarme Brunello. E Chianti. E Nobile di Montepulciano. E magari Sagrantino di Montefalco, in Umbria. E forse Sassicaia. Grandi rossi toscani a rischio estinzione, e in tempi brevi. Si parla di cent’anni, forse meno: è l’apocalittica profezia di sventura - l’ennesima - lanciata da uno studio dei climatologi dell’Università e del Cnr di Firenze. Si intitola “Effetto della variabilità meteoclimatica sulla qualità dei vini”, ci ha lavorato l’oramai famosissimo professor Giampiero Maracchi, e con lui altri ricercatori e scienziati. Si riferisce agli effetti del global warming, il progressivo riscaldamento del pianeta per l’effetto serra: secondo gli scienziati, un aumento di temperatura tra 1,8 e 4 gradi da qui a fine secolo sarebbe fatale ai grandi rossi. Quanto basta per sollevare il polverone.
“E’ prioritario lottare contro le modificazioni del clima”, tuona Marco Liòn, presidente della Commissione agricoltura della Camera, perché altrimenti “tra un po’ di anni - aggiunge - avremo le arance in Trentino Alto Adige”. Ma la Toscana del vino, che è saggia e meno catastrofista, e soprattutto i suoi grandi rossi li deve vendere, sorride. Anzi.
“Quattro gradi in più tutti gli anni? Magari!”, esclama Niccolò D’Afflitto, agronomo ed enologo di casa Frescobaldi, che ha vigne in tutti i terroir più nobili. E spiega: “In California, stessa latitudine dell’Algeria e clima torrido, si fanno vini splendidi”. Di più: “Quattro gradi in più all’anno - aggiunge - vorrebbe dire le stesse temperature della Sicilia. Magari! Vorrebbe anche dire meno malattie, e quindi meno trattamenti sulla pianta, niente lotta alla botritis che è muffa nobile per i Sautèrnes ma per il sangiovese è un disastro… E poi l’uva maturerebbe prima, e io sarei felice di coglierla il 20 settembre anziché il 10 ottobre, poi userei altri portainnesti… Insomma, scelte agronomiche diverse, meno costi, probabilmente perfino vini meno cari al consumo...”. E comunque “la vite è una delle piante più adattabili e più plasmabili, e con le selezioni clonati si sopperisce a tanti guai”, avverte Lamberto Frescobaldi, che si lascia andare a una battuta: “Insomma, è più un campanello d’allarme per moralizzare i comportamenti che uno spauracchio per Montalcino, che oltretutto è a 600 metri sul mare, e ha un bel fresco...”.
“Forse il vino - commenta Marco Pallanti, presidente del Consorzio Chianti classico - un po’ cambierà, avrà meno acidità, sarà più grasso e i profumi vireranno dal fruttato fresco alla confettura. Però in questi cent’anni il clima è cambiato poco, e invece il vino è cambiato tanto. E’ il consumatore, è il mercato più che il clima a dettare il gusto. E comunque potrà essere anche un vantaggio, perché magari a risentirne di più saranno le specie a maturazione precoce, mentre gli autoctoni impareranno a compare. Forse perfino meglio”.

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