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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Maggiore comunicazione e marketing “Non dipendere solo dall’export” ... Richiesta i produttori: sul mercato interno si deve fare di più... Appesi all’export. Tante medaglie per il nostro vino sui mercati internazionali ma anche una condanna: vendere, vendere, continuare a vendere, altrimenti finiamo ko. Già nell’ultima vendemmia abbiamo dovuto fare ricorso alla distillazione di crisi non soltanto per i vini comuni ma anche per le produzioni di qualità, cui la misura era precedentemente preclusa. E fra le regioni che vi hanno fatto ricorso in prima linea c’era anche il “nobile” Piemonte.

E chi distilla vini di qualità, cioè smaltisce a spese della collettività le eccedenze, dal 2011 dovrà impegnarsi nella campagna successiva a ridurre di almeno il 20% le rese, cioè a produrre meno. Sì perché di vino siamo strutturalmente eccedentari, come di ortofrutta, quindi o lo beviamo, o lo esportiamo oppure resta a ingolfare le cantine, contribuendo a deprimere le quotazioni di mercato. “In Australia 10 aziende producono oltre il 90% del vino esportato e in Cile su 120 realtà vitivinicole quasi 100 lavorano solo per l’esportazione. In Italia invece le aziende sono oltre 450.000, con una superficie media che non raggiunge i 3 ettari contro i 300 di Cile e Australia; 25.000 i nostri imbottigliatori”, ammette Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi e presidente del Comitato Nazionale Vini. E spiega: “Con una vitienologia strutturata come quella italiana sicuramente non si può vivere di solo export”. “Sarebbe piuttosto necessario - aggiunge Giacomo Rallo, patron della siciliana Donnafugata - ancorarsi ad un livello di consumi nazionali non inferiori ai 47 litri pro capite, mentre adesso stiamo scendendo a circa 40”. Sul sito http://aspettando.vinitaly.com si dibatte il futuro del vino tricolore. Elena Martuscello, presidente delle Donne del vino, porta un altro motivo per coltivare il mercato interno: “L’export è importante ma una realtà aziendale i cui plus sono valori immateriali intimamente legati al territorio non può assolutamente prescindere dal mercato domestico, anche se probabilmente negli anni scorsi sono stati commessi alcuni errori sia da parte dei produttori - aumento, talvolta immotivato, dei prezzi - che di alcuni ristoratori che hanno applicato rincari troppo elevati”.

Insomma, se per i vini top di gamma - dice Eleonora Guerini, curatrice della guida del Gambero Rosso - “l’export è una strada obbligata, sul mercato interno si può e si deve fare di più”. Più investimenti in Comunicazione e marketing, è la ricetta su cui tutti concordano. “Superare i personalismi e gli individualismi, potando oltre alle viti i campanili”, dice Martelli. E Rallo rincara: “Bisogna investire di più in iniziative promo-pubblicitarie, visto che adesso l’investimento è inferiore al 3% del fatturato globale del settore”. E anche il boom dei vini frizzanti va tenuto sotto controllo. Giampietro Comolli, grande esperto di bollicine e direttore dell’Osservatorio Ovse.org, ammonisce: “Il comparto è in crescita ma i consumi si spostano verso le fasce di prezzo più basse, sotto i 5 euro, col rischio di privilegiare prodotti un po’ anonimi. I produttori dovrebbero puntare sulla riconoscibilità qualitativa attraverso aggregazione, forza di filiera e di mercato, marchi solidi e strategie unitarie di comunicazione. Non eventi frastagliati e marginali, ma unici, di livello”.

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