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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Vinitaly, un brindisi fra luci e ombre ... Si beve meno ma meglio: esperti a confronto per fare il punto sui nuovi gusti... Scrive Emile Peyneaud - il più importante enologo del ‘900 - nel suo libro sul vino: “La qualità dei vini la fanno i degustatori, ma la qualità dei degustatori chi la fa?”. E GiacomoTachis - che è stato allievo e collaboratore di Peyneud e che proprio quest’anno è stato dichiarato “man of the year” dagli inglesi, mai inclini verso di noi tant’è che solo altri due italiani, Piero Antinori e Angelo Gaja, hanno conquistato questo “Oscar” - nel suo recentissimo e altrettanto denso “Sapere di Vino” gli fa eco: “Mi viene da pensare che una guerra al vino - per dirla con Vilfredo Pareto - è una battaglia contro la letizia di vivere”. Sta in questa forbice, in questo alfa e omega, il presente e il futuro del vino. Soprattutto in Italia. Tramonta la moda del vino per i superesperti, si fa strada uno strisciante ostracismo verso la nostra bevanda nazionale. E ci sono nuovi orizzonti di consumo che costringono i produttori a ripensare le scelte compiute. Se ne parla al Vinitaly, ma con qualche ritegno. Dacché la fiera veronese è per definizione un atto commerciale e un appuntamento celebrativo. Ci si consola dicendo: si beve meno, ma si beve meglio. Resta il dato che il consumo di vino in Italia è precipitato sotto i 40 litri pro capite all’anno da 120 che erano trenta anni fa e che il vigneto Italia è passato, nello stesso arco temporale, da 1,6 milioni di ettari a poco meno di 800 mila. A tutto vantaggio di altre bevande: la birra e in primo luogo l’acqua minerale che ha superato nel fatturato interno il vino. C’è di che preoccuparsene? Forse: di sicuro non c’è da stare allegri. A determinare queste contrazioni sono da una parte le minori risorse dei consumatori costretti a fare i conti con la crisi economica e l’inflazione che sale, dall’altra le misure sempre più stringenti contro l’abuso di alcol. Al quale - va detto una volta per tutte - il vino è (quasi) del tutto estraneo. Ma per converso questo scenario sta mutando il consumo. Non piacciono più i vini troppo alcolici, con troppo spessore. I vini, per intenderci, da falegnmeria (che sanno solo di legno e sono iperconcentrati) o da profumeria (quelli “pompati” con aggiunta di lieviti). I consumatori oggi vogliono vini naturali, leggeri, freschi, immediati, buoni compagni del cibo. L’Assoenologi dice che la nuovelle vague è un ritorno prepotente dei vini bianchi. Non è precisamente così, sta di fatto però che gli spumanti - con un vero fenomeno che è il Prosecco - hanno guadagnato prepotentemente terreno nelle scelte dei consumatori ed egualmente i rosati. Con una netta divaricazione tra i vini da tavola (quelli che si bevono quasi quotidianamente e che devono costare sotto i 5 euro) e i vini da favola, quelli che si stappano per le grandi occasioni, per i quali si è disposti a spendere pur di avere molto in cambio. Il credo è infatti la massima qualità al miglior prezzo. Un po’ snobbati sono i vini da vitigni internazionali (Cabernet e Merlot tra i rossi, Chardonnay tra i bianchi) e si torna a guardare ai vini della propria terra. A corroborare questa sensazione è il boom del vino. Lo dice il rapporto Censis Servizi (sarà presentato a Vinitaly) che ha stimato dai 3 ai 5 miliardi di euro di giro d’affari nel 2010 del turismo enogastronomico. Ma anche qui ci sono dei cambiamenti: a orientarsi verso queste opzioni sono in crescita i giovani che diventano snappers (cioè degustano nei wine bar e nelle enoteche, fanno shopping di prodotti tipici e usano il vino come pretesto per un nuovo rapporto con la natura) e nella scelta delle mete non si va più dietro alle mode, ma a caccia di curiosità ed esperienze innovative. La gastronomia batte il vino come motivazione di viaggio e si intreccia con l’arte, l’ambiente, lo sport ed il wellness. Ciò induce a ripensare il vino come lo abbiamo sin qui narrato, degustato e proposto. Il vino di oggi e di domani deve essere - per dirla con Giacomo Tachis - “un vino che non pesi sul nostro organismo, che soddisfi l’occhio, l’olfatto e il palato, ma che non turbi il nostro stomaco e la nostra psiche: un vino magico”. E a Verona andiam cercando questa magia.


40 litri il consumo pro capite di vino all’anno in Italia, contro i 120 litri che si consumavano, pro capite, trent’anni fa.

800mila gli ettari attuali del “vigneto Italia”: una diminuzione notevole visto che trent’anni fa erano 1,6 milioni.

5mila gli espositori. Provengono dall’Italia e dall’estero per questa 45esima edizione della prestigiosa rassegna, che si svolge a Verona dal 7 all’11 aprile 2011.

+8% l’export 2010. Un valore di 3,9 miliardi di euro in più rispetto al 2009. È calato invece il consumo interno: -3%.

+23% esportazioni extra Ue. Aumenta del 59,6% l’export di vino italiano verso la Russia, del 28,6% verso il Canada.

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