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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Enoteca Pinchiorri Un successo lungo quarant’ anni ... infesta con Giorgio e Annie e il loro amore nato in cucina ... Pane, amore e fantasia. Sarà banale, e forse semplicistica, ma davvero è la prima immagine - dove “pane” sta per “cibo” più in generale, e che cibo.., - per raccontare in un flash quarant’anni di successo. Di pranzi e cene per vip e teste coronate, ma anche di beneficenza per gli anziani dell’ospizio di Montedomini, antica realtà fiorentina. E proprio con una cena di solidarietà - per un collega stellato, il “Rigoletto” di Reggiolo, devastato dal terremoto - hanno voluto festeggiare i loro primi quarant’anni di coppia (beh, quelli sono qualche mese in più...) e d’attività Giorgio Pinchiorri e Annie Féolde. Alla loro maniera, certo: venti portate di prelibatezze in un incredibile equilibrio di sapori, circondati da un parterre di amici e clienti “top” nel bel palazzo settecentesco Jacometti-Ciofi di via Ghibellina. Lo stesso di sempre, come quel 10 ottobre 1972.
Tre stelle Michelin, due in fila, tra l’82 e l’83, la terza nel ‘94, “le prime assegnate in Italia a una donna”, sottolinea orgogliosa Annie. Un cammino che ha portato a costruire il “marchio” Pinchiorri: l’Enoteca, uno shop di qualità, un ristorante a Nagoya, Giappone, e un catering di lusso in tandem con gli specialisti di Galateo, già baciati da Hollywood. Un cammino cominciato, come sempre nelle belle favole, con un incontro per caso. Lui di origini modenesi, lei nizzarda, figlia d’arte. “Studiavo cucina alla scuola alberghiera - spiega Giorgio - ma mi dava fastidio l’odore di pesce, mi spostarono al ricevimento, cominciai a frequentare il vino lavorando nei ristoranti top di Firenze. E venni qui, all’Enoteca Nazionale...”. “Ero qui da un anno - continua Annie - e andai in visita in una fattoria di Greve in Chianti: da buona francese non vedevo che vino rosso, poi ho cambiato, ora adoro i bianchi...”. Uno sguardo, si piacquero, si “sentirono” complementari, “mi aiutò - ricorda lui - a capire i formaggi”. E in quel fatidico 1972 arrivò la cucina, i primi piatti caldi, “Firenze allora era capitale della moda, la spinta nacque da lì”. Il primo buffet con gli ossibuchi di mamma Giovanna Pinchiorri e la pasta e i tiramisù di Annie: il dado era tratto. Arrivò il “lancio” con la guida di Veronelli, e la prima svolta a fine anni Settanta: la nouvelle cuisine. “La scelta che Simone Weil bocciò come “esotica” - ricordano - ci creò problemi con i clienti tradizionali: lo choc di piatti diversi, i prezzi raddoppiati... Allora la nouvelle cuisine era necessaria per ‘ripulire’, oggi siamo tornati a una cucina toscana, ma con fantasia”. Pionieri, Annie? “Lo dicono. Per noi il fil-rouge è stata la ricerca costante della qualità, in tutti i sensi. Una vita dedicata a questo mestiere, compreso il tempo libero, anche oggi”. Anche nei momenti più duri, il terribile incendio della cantina giusto vent’anni fa. Non li piegò. “Perché nessuno - ammette Giorgio con tenerezza - ha piegato la nostra intesa. Senza Annie, l’Enoteca non esisterebbe”. Più amore di così.

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