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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Vino, birra e fantasia per ripartire. Il segreto dell’Abruzzo è la sua terra ... Sos lavoro, ma voglia di fare impresa. “Meno burocrazia, più credito” ... Il rappresentante della Coldiretti non usa scorciatoie: “L’Abruzzo è alla canna del gas, ma ha ancora una grande risorsa: la sua terra”. Lo dice col sorriso, offrendo alla carovana del Giro i prodotti di questa regione: fagioli, formaggio, prosciutto di montagna, in una via di mezzo fra ospitalità e marketing. Non serve aggiunga altro, le cifre dicono abbastanza: in meno di un decennio qui hanno chiuso mille aziende e l’andamento della disoccupazione è in scia alle regioni che, nel peggio generale, sono il peggio. Per non parlare della ricostruzione dell’Aquila: se un sindaco restituisce la fascia tricolore e le ditte incaricate non sopravvivono al ritardo dei finanziamenti, il quadro generale è desolante. Non è da abruzzesi, comunque, rassegnarsi: anche nella profondità di una crisi come questa c’è chi tiene la testa alta. Legandosi a ciò che il territorio offre, puntando su una scorciatoia chiamata qualità. Tra quelli che seguono questa via, gode di buona salute soprattutto chi produce vino: trovare le etichette di questa regione nei posti nobili dei concorsi, oltre che nei menu dei ristoranti di alto livello, è sempre più frequente. Si è scelta una strada e si batte, come sta facendo Francesco Valentini, diventato un’autorità nel settore nazionale con la sua azienda di Loreto Aprutino: alla conquista dei mercati abbina la battaglia per far capire agli italiani di mettere in tavola solo prodotti certificati, garantiti dalla serietà del metodo di lavorazione. Con Valentini, lotta su questo fronte anche Juri Ferri, padre abruzzese e madre svedese, che a 41 anni è considerato uno dei nostri principali produttori di birra artigianale: non è una qualifica che si è dato lui, ma gli viene riconosciuta dalle referenze che gli ha incollato addosso la sua attività, mari mano che si è allargata. Con la sua birra Almond da Spoltore è già sbarcato in mezza Europa e negli Stati Uniti ed è pronto a spingersi in Giappone appena riuscirà ad ampliare la produzione. Potrà farlo grazie a un progetto che è pronto per partire, ma al momento ha un nemico insormontabile, ben noto in tutta Italia: la lentezza della burocrazia. Nel suo caso, bancaria: per alleggerire il peso fiscale ha chiesto un leasing, appoggiato da ogni garanzia e pure dalla Confesercenti. Non poteva fare diversamente: in una regione che restituisce il novanta per cento dei contributi europei per avviare iniziative, non è considerato abbastanza innovativo. Tre mesi fa ha bussato alla porta di quattro istituti di credito: tre lo hanno già respinto. Ma Ferri non molla: “Se sono arrivato fin qui, non saranno certo le banche a fermarmi”. E arrivato qui dopo tredici anni di un viaggio partito rompendo il salvadanaio: davanti alla scelta di fare il birraio o il ristoratore, come da tradizione di famiglia (lo zio è un grande chef), ha imboccato un percorso nuovo. Lo hanno accompagnato la moglie e la voglia di fare un’attività rigorosa, evitando ogni rischio finanziari oggi ha un fatturato cli oltre 500mila euro, cresciuto del 25 per cento nel solo 2013 e con la prospettiva di aumentare quando avrà la nuova sede. E un caso anomalo, come anomala è la storia che sta vivendo: la sua azienda cresce a ritmi smodati in confronto alla situazione che il Paese sta vivendo. “Sono partito con ciò che avevo in tasca e con una pentola da mille litri: oggi sono ai vertici nazionali e conosciuto nel mondo - racconta Ferri -. Se trovate la mia birra nell’Ohio è perché sette anni fa uno dei più grandi importatori americani si è fatto indicare i migliori birrifici e noi ci siamo finiti dentro. Sia chiaro: concorsi e riconoscimenti sono tutti guadagnati sul campo, senza versare un euro. Adesso però ho bisogno di espandermi, perché ho richieste superiori a quanto riesco a produrre: è come se avessi una Ferrari dentro un garage costruito per una Cinquecento. Ho chiesto un leasing, sono in regola con tutto perché casa e azienda li ho pagato coi miei risparmi: ho una valore immobiliare pari alla cifra di cui ho bisogno, ma sembra che abbia chiesto la luna...”. Di questa ostilità bancaria ha parlato ieri mattina con una lettera aperta su Facebook. Ma ciò di cui parla più volentieri è il progetto che intende realizzare: “L’idea è creare un birrificio che non sia solo azienda, ma un centro culturale, dove la gente possa venire ad assaggiare il nostro prodotto, a leggere e a suonar musica, perché sono previste due sale con libri e strumenti musicali. L’ho pensato in mezzo alla campagna, perché da lì vengono i prodotti che usiamo. Ho in mente anche una birra solidale, per destinare parte dei proventi alla Lega del Filo d’oro. Vado avanti, confortato da chi lavora con me: se uno dei miei birrai mi ha proposto di investire i suoi risparmi in una quota dell’azienda significa che stiamo facendo qualcosa di importante. Credetemi, l’italiano non ha perso creatività, è solo fiaccato dai tremila paletti che incontra quando vuol far qualcosa. Ma io non mi fermo di sicuro”. E lo spirito che serve: non solo per fare la birra.


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