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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Brunello, da vigneti a pascoli. Agricoltori infuriati con la regione ... Le colline dove corrono i filari
di Brunello potrebbero diventare
pascolo perle pecore. Sembra incredibile,
eppure quest’incubo “bucolico” è più realistico di quanto si pensi.
L’allarme è partito dalle associazioni
di categoria degli agricoltori,
che si sono anche messe in moto
per presentare in Regione le proprie
osservazioni ad alcuni passaggi
del Pit (Piano di indirizzo territoriale)
2014. Nelle schede di ambito del
piano si fa riferimento ad alcune
aree toscane coltivate a vigneti, tra
cui le zone del Brunello, del Nobile
e del Chianti, non il linea con i parametri
paesaggistici della Regione.
La conseguenza di tutto ciò sarebbe
l’impossibilità per i coltivatori di reimpiantare
le vigne, oppure di convertire
parte del terreno dei filari ad
altra coltivazione. C’è poi il rischio
che i Comuni, adeguandosi alle direttive
regionali, prescrivano concessioni
gravose. Anche i vivaisti sono
stati chiamati in causa dal Pit,
con un’ipotesi di ritorno alla zona
umida nella piana tra Pistoia e Prato
colonizzata dal florovivaismo. Le
motivazioni della Regione, secondo
la linea dettata dall’assessore all’Urbanistica
Anna Marson, sono legate
al rischio idrogeologico delle colture
vicino ai fiumi e alla salvaguardia
di quei territori “dove la monocoltura
- si legge nel Pit - ha assunto
un ruolo dominante a discapito
di aree agricole e di pascolo”.
“Siamo contrari a questo approccio
paesaggistico della Regione - ha detto
Luca Brunelli, presidente di Cia
Toscana - che prima di tutto vìola
il principio costituzionale della libertà
d’impresa. Pur in linea con la
Regione nella volontà di salvaguardare
il territorio, non siamo d’accordo
con i metodi. Dopo l’approvazione
in consiglio regionale del 2 luglio,
adesso si possono fare osservazioni
al Pit e noi interverremo prima
che sia troppo tardi. La Toscana
ha una grande vocazione agricola, e
non vorrei che il piano portasse invece
a un abbandono del territorio”.
Una delle zone maggiormente
interessate da un cambiamento paesaggistico
auspicato dalla Regione
sono circa 400 ettari di Brunello. “Il
consiglio del consorzio del Brunello
è molto preoccupato delle prese
di posizione della Regione - ha
detto Luciano Boanini, consulente
del consorzio -. Non vogliamo fare
guerre politiche, ma quello che ci
ha scandalizzato del Pit è l’incompetenza
da un punto di vista economico.
Dire che a Montalcino si debba
introdurre la pastorizia oppure che
la vite possa portare a un rischio
idrogeologico significa non conoscere
il territorio”. Stessa linea anche
in Confagricoltura Toscana, presieduta
da Francesco Miari Fulcis,
che chiede una “reale rivisitazione
del documento - si legge in un comunicato
- che oggi è intriso di demagogia
universitaria lontana dalla
realtà. Nel Piano vengono analizzati
gli ambiti del paesaggio toscano rifacendosi
da Adamo ed Eva. Dopo
decenni di obbrobri urbanistici e industriali,
oggi si pretende di ’gestire’
le imprese agricole spiegando cosa
sia il bello e cosa sia l’attività e
l’impresa agricola”.
L’assessore Marson placa i toni:
“Le vigne fanno parte del paesaggio
toscano. Altra cosa sono però
i nuovi impianti estensivi, che hanno
cancellato luoghi da sempre trattati
con mosaici colturali complessi.
Poi c’è la potenziale criticità idrogeologica.
Ricordiamo che oltretutto
il Pit raccoglie direttive, non prescrizioni.
E adesso siamo in una fase
di osservazione. Ci sono due rischi
concorrenti che vogliamo evitare:
l’abbandono delle aree marginali
e le trasformazioni che non tengano
in conto la natura dei luoghi”.

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