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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Il tartufo si sposa con il Brunello. Così nasce il comune del gusto ... Qualcuno l’ha già ribattezzato il “super comune del gusto”. Perché mette insieme da una parte il Brunello e dall’altra il tartufo delle Crete Senesi, la cui piccola capitale è San Giovanni d’Asso in provincia di Siena. L’idea è partita proprio quest’ultimo Comune che ha lanciato la proposta di fondersi ai dirimpettai di Montalcino. Le ragioni in apparenza sono di chiara matrice amministrativa. Con neanche mille abitanti, San Giovanni d’Asso rischia la scomparsa. Aggregandosi con un altro Comune, invece, potrà comunque continuare ad avere un sindaco e un consiglio comunale, seppure in coabitazione. Al sindaco Fabio Braconi e alla maggioranza di centrosinistra è apparso subito logico il matrimonio con il confinante Montalcino, non fosse altro per una questione di “brand”. Ragionamento piaciuto a Silvio Franceschelli, primo cittadino di Montalcino, il cui unico dubbio è stato sul nome del futuro ente. Montalcino D’Asso, forse, sarebbe stata la soluzione più equa. Ma alla fine, per buona pace di tutti, è stato deciso che si chiamerà solo Montalcino perché in fin dei conti è un nome che vale, soprattutto all’estero, quasi quanto un marchio come Ferrari, Prada o Gucci. La fusione - che da qui ad andare in porto deve comunque compiere il proprio iter non certo brevissimo - apre uno scenario importante per la produzione del Brunello. La Docg chiarisce in modo inequivocabile come le uve per le produzione del prestigioso rosso debbano provenire esclusivamente da terreni compresi nei confini comunali ilcinesi. Non è un mistero come da anni la possibilità di nuovi impianti sia bloccata proprio da questo paletto. La fusione darebbe dunque modo alle aziende, soprattutto quello confinanti con il versante di San Giovanni d’Asso, di allargare l’orizzonte dove poter coltivare vigneti a denominazione Brunello. Senza dire, poi, come il già pregiato tubero di San Giovanni d’Asso un domani potrà fregiarsi del nome di “tartufo di Montalcino” con evidenti conseguenze benefiche soprattutto sulle esportazioni. Insomma, un vero e proprio “matrimonio di interessi”. Il cui risultato sarà mettere insieme due delle eccellenze italiane il cui giro di affari sarebbe destinato a crescere in modo esponenziale. A oggi sui 2.100 ettari coltivati a Brunello operano oltre 250 aziende, la cui produzione ogni anno supera gli 8 milioni di bottiglie (8,4 milioni nel 2014, pari al più quattro per cento rispetto al 2013). Il 67,5 per cento della quale è destinata all’estero, con gli Stati Unici che rappresentano il mercato di riferimento capace di assorbire da solo il 30 per cento delle esportazioni. Il fatturato sfiora i 170 milioni di euro. Numeri che danno soli fanno buona parte del “pib” della provincia di Siena. Ai quali, poi, vanno aggiunti quelli dell’indotto legati all’enoturismo. Qui siamo oltre i 30 milioni di euro di fatturato con circa un milione di turisti all’anno in transito da Montalcino. Più difficile quantificare quanto vale il tartufo di San Giovanni d’Asso. Anzitutto perché non esiste un consorzio di tutela - come nel caso del Brunello - cui spetta di contabilizzare la produzione. I conti si fanno a occhio e croce e parlano di circa 20 ettari di terreno a vocazione tartufigena. La produzione è solo stimabile in cinquanta quintali all’anno. Mentre si sa che il prezzo oscilla tra gli 800 e 1.600 euro al chilo.

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