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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Montalcino, vino da “paperoni”. Per il Brunello ogni ettaro vale oro ... Barolo e Brunello. Langhe e Montalcino. Grandi territori, grandi vini (rossi) e grandi prezzi della terrai cioè dei vigneti. Fino al milione per ettaro nel terroir del Barolo piemontese, fino a mezzo milione nella magica enclave del Sangiovese fra le argille senesi. E’ l’oro rosso delle vigne (ma anche l’oro bianco frizzante del prosecco docg, che sta sugli stessi valori del Brunello) il tonico finanziario che consente al mercato fondiario italiano di tenere tutto sommato i suoi valori, di mantenere comunque le sue caratteristiche di bene rifugio anticiclico per natura. Perché, per il resto, sono lontani gli anni del boom. E l’indagine del Crea (ex Inea lo certifica. Per il terzo anno consecutivo la media nazionale dei valori fondiari nel 2014 segna rosso: una contrazione dello 0,6%, “una variazione tutto sommato lieve e tipica di un bene immobiliare che non presenta variazioni annuali particolarmente significative”, dice Andrea Povellato che ogni anno cura l’indagine. Il valore medio nazionale della terra resta intorno ai 20.000 euro/ettaro con punte decisamente più elevate nelle aree di pianura irrigue e nelle zone collinari, una volta aree marginali, oggi rinate grazie al ‘miracolo’ del vino italiano, più nel mondo (con l’export che corre) che in Italia dove i consumi sprofondano a 36-37 litri pro capite.
L’Italia delle cento agricolture è anche l’Italia che scava un solco profondo nei valori fondiari tra Nord e Sud: il Nord Est sta oltre i 41.000 euro/ettaro per scendere ai 15.000 circa del Centro, poi ai 13.000 del Sud fino ai 9.000 scarsi delle Isole. In sostanza un ettaro in Sicilia o Sardegna vale un quarto rispetto alla pianura padano-veneta e non a caso la riscoperta dei vitigni autoctoni e di territori “vergini” porta interesse e compravendite nelle Isole, ad esempio in Sicilia nella zona dell’Etna, dove i valori fondiari hanno perfino segnato un lieve recupero (+0,2%). Il mercato fondiario
- in pratica ingessato da dieci anni - “è il termometro della situazione. I grandi investitori stanno alla larga, le imprese faticano ad investire. Lentezze e ritardi nei Piani di sviluppo rurale (i fondi che Bruxelles affida alle Regioni) raffreddano chi vuole ammodernare le aziende, poi è arrivato l’embargo russo a dare il colpo di grazia a settori per noi strategici come formaggi, salumi e ortofrutta. Vigneti di pregio a parte (dove alcuni vedono anche segnali di “bolla speculativa”) i valori fondiari top si segnalano in aree ristrette e per coltivazioni ultraspecializzate. E’ il caso dei meleti del Trentino Alto Adige (dove non si vende a ettaro ma a metri quadri) con exploit della Val Venosta, regno del biologico integrale; o dei vivaismo ortofioricolo del Savonese e del Pistoiese. E dove non si compra, si ricorre allo strumento dell’affitto (in crescita) per ampliare la superficie aziendale. Il futuro? I segnali sono incerti, conclude Povellato, anche sedi positivo c’è che “l’Istat segnala un lieve aumento per quanto riguarda l’attività di compravendita nel 2013, dopo anni di flessioni Si dovranno attendere dati del 2014 per capire se si tratta di un’inversione di tendenza consolidata

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