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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Produzione, siamo primi al mondo. Boom delle bollicine, bene i rosati ... L’11 aprile sul palcoscenico del Vinitaly il premier Matteo Renzi sarà a tu per tu con Jack Ma, il guru di Alibaba, il colosso dell’e-commerce, il secondo uomo più ricco della Cina. Un winelover il miliardario cinese, appassionato di vino francese, con i rossi bordolesi nel cuore. Ha appena comprato proprio nella regione di Bordeaux per 16 milioni di euro la tenuta Château de Sours, un vigneto che esporta soprattutto vini rosé in Gran Bretagna con annesso castello del XVIII secolo con 85 ettari di vigneto. L’ossessione dei nuovi ricchi cinesi per la Francia enologica ha del patologico. Jack Ma non è certo il primo cinese a fare shopping a Bordeaux dove sono già una cinquantina gli chateaux finiti sotto il controllo del Dragone per una estensione pari all’1,5% dei vigneti della regione. Ma gli investitori cinesi puntano anche sul sud della Francia, ad esempio sui vigneti emergenti e assai meno costosi del Languedoc Roussillon. Il risultato è che quasi il 50% di tutte le importazioni di vino oltre la Grande muraglia batte bandiera transalpina, soprattutto rossi. Cosa dirà Renzi a Jack Ma? Cercherà di convincerlo che i nostri grandi rossi nulla hanno da invidiare a quelli di Bordeaux e Borgogna sul piano della qualità ma con un plus importante: il rapporto qualità/prezzo, a nostro vantaggio. Nei piani di Jack Ma c’è una piattaforma di vendite on line per i vini francesi, dopo quella per i californiani. Chissà che dalla visita a Vinitaly 2016 non nasca l’idea di un’altra piattaforma per i vini italiani... sarebbe un grande successo visto che i nostri vini crescono forte in Cina ma partono da una quota di mercato minoritaria (6-7%) e hanno bisogno di una spinta importante sul piano commerciale. Mai come adesso l’Italia del vino ha le carte in regola sul piano della qualità e dei numeri. Il sistema vitivinicolo italiano nel suo complesso (dati Ismea) vale oltre 14 miliardi di euro, con un export che nel 2015 ha raggiunto il record storico di 5,4 miliardi di euro. Siamo i primi produttori di vino al mondo ma, quel che più conta, i secondi esportatori dopo la Francia. La nostra produzione certificata (Dop e Igp) conta 523 riconoscimenti, e una produzione che, pur non esprimendo ancora tutte le sue potenzialità, arriva attorno al 50% del totale in volume con un valore attorno ai 7 miliardi di euro, mentre l’export di vini Dop e Igp raggiunge i 4,3 miliardi di euro, in pratica l’80% del totale. Nella corsa all’export primeggia il Veneto del Prosecco con quasi 1,5 miliardi, seguito a ruota dal Piemonte di Barolo, Asti e Barbaresco e dalla Toscana dei rossi Chianti e Chianti Classico, Brunello e Nobile. Le due aree - chiave del mercato globale del vino, riferisce il sito WineNews, sono Asia e Nord America, capaci di crescere e sopperire ai limiti dell’Europa dove i consumi sono in drastico calo. In Italia sono scesi al minimo storico di 36-37 litri pro capite; in pratica l’export per noi è una necessità vitale. A questa caduta dei consumi si cerca di porre argine con nuove strategie di marketing, la caccia a nuove fasce di consumatori e il lancio di nuove “mode”. Per cui il 2016 vedrà la conferma del boom delle bollicine (Prosecco ma anche i “metodo classico” Trentodoc e Franciacorta) , la crescita dei vini rosati di qualità, non più prodotti di serie B ma veri e propri vini strutturati con una loro identità, il `dolce stil novo’ dei grandi rossi piemontesi, toscani e veneti sempre più giocato sull’eleganza e meno sulla potenza. Si punta anche sulla riscoperta dei bianchi del Centro-Sud, giovani, freschi e facili da bere, mentre si consolida la moda del vino bio, una nicchia in forte crescita.

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