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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

È il sogno proibito di tutti i viticoltori. Una pianta sempre sana, super-resistente alle malattie e agli attacchi dei parassiti, e soprattutto alle sempre più frequenti stranezze del clima. Una vite che cresce sana con i suoi grappoli in barba a peronospora e oidio, a muffe e funghi. E senza quindi bisogno di trattamenti, che anche nel campo del biologico - pratica sempre più diffusa qualche volta devono ricorrere per forza anche alla chimica.

Un mostro geneticamente modificato?

“Niente affatto: è una pianta che qualcuno ha già creato, e che in fondo non inventa nulla di nuovo, perché chi produce vino sa benissimo che cos’è la selezione clonale, fino dai tempi delle più empiriche selezioni marsali, quando in ogni generazione si prendeva la pianta più forte e si faceva riprodurre”. A parlare è Giovanni Busi, presidente del Consorzio Chianti, il più grande del Vigneto Toscana, un terzo dei vini a denominazione, 15mila ettari, 840mila ettolitri, 3.600 aziende. E’ entusiasta di questo concetto di viticoltura 3.0: ci è entrato in contatto a Vinitaly, grazie ai Vivai Cooperativi Rauscedo (dell’omonimo paese friulano), da ottant’anni nel campo della viticoltura, 3.700 ettari in cui si allevano 80 milioni di innesti-talea, e con una capacità di stoccaggio di 70 milioni di barbatelle in frigorifero.

Un sogno. “Non si altera nulla - osserva Busi - e si fanno al massimo due trattamenti in un anno. Sarebbe splendido, anche nei confronti di chi abita vicino alle vigne, dell’opinione pubblica che a volte ci considera inquinatori, dei movimenti ambientalisti...”. Il inondo del vino toscano sta per prenderne atto anche in forma ufficiale: lo stesso Giovanni Busi annuncia che il 7 giugno porterà la questione nel consiglio d’amministrazione di AviTo, il “consorzio dei consorzi” nato per fare fronte comune sui mercati, nella ricerca e di fronte agli enti pubblici. Appunto. Perché il problema è che in Toscana non si può. Come del resto in Piemonte: è la Regione che deve autorizzare questo nuovo sistema.

“Ma prima bisognerà capire dalla sperimentazione se la qualità del prodotto resta come minimo inalterata”: l’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi invita alla prudenza. Anche se, ammette, “siamo attenti ai risultati della ricerca, nell’ottica di aprire nuove opportunità: non si può opporsi a risparmi ambientali ed economici, ma dobbiamo essere certi di fare la cosa giusta”.

Una “riflessione comunque” è in ogni caso dietro l’angolo. Anche grazie all’esempio, riportato dal sito WineNews, tra i più seguiti nel mondo del vino, delle grandi griffe, che già da tempo hanno creato i propri cloni aziendali: sono riconosciuti i casi dei due cloni distinti, il C RA-BR 1141 (acronimo del Centro per la Ricerca in Agricoltura - Barone Ricasoli) con il numero 1141 che vuole ricordare l’arrivo e l’insediamento della famiglia Ricasoli a Brolio, e C RA-BR 1872 , l’anno in cui il Barone Bettino Ricasoli normò la formula del Chianti. Come detto, però, esistono altri cloni legati al lavoro delle aziende, come i tre di Sagrantino registrati da chi, storicamente, il rosso umbro l’ha riscoperto, ripensato e rilanciato: Caprai, che nel 2003, insieme all’Università di Milano, ha tipizzato l’Unimi - caprai -25 anni. Poi le tipizzazioni di Biondi Santi in Toscana. Ricordando il lavoro fatto con Banfi a Montalcino, il professor Attilio Scienza, docente di enologia all’università di Milano, commenta: “Il Sangiovese è stato a lungo trascurato dalla ricerca”. L’Agricoltura 3.0 è pronta a dare una mano.

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