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La Nazione

Rosso antico di Toscana: la sfida degli autoctoni ... La Toscana con i suoi grandi vini e anche con la riscoperta dei vitigni autoctoni ha conquistato la folla del Vinitaly. Gianni Zonin, un nome sacro, veneto ma ormai «radicato» anche nel Chianti, proprietario dell'azienda vinicola più importante d'Italia e la terza in Europa (fra poco sbarcherà in Sicilia) ha parlato chiaro: «Con importanti investimenti stiamo puntando sui vigneti e sui vitigni autoctoni». E poi ha brindato ai prestigiosi riconoscimenti ottenuti con un bicchiere del suo Castello d'Albola, un sangiovese in purezza.
Ecco la linea di confine che fa grande la Toscana. Il rilancio delle sue radici antiche. In Italia avevamo circa mille vitigni autoctoni, oggi quelli registrati sono solo 365. In questi ultimi anni la Toscana è considerata all'avanguardia in quanto a esperimenti su questi vitigni. Maria Giulia Frova, che è una imprenditrice giovane e coraggiosa, ci prova: lancia un Supertuscan che sposa al sangiovese il vecchio, quasi dimenticato colorino - quello che faceva il «vino nero», come si diceva un tempo - in sostituzione del merlot e del cabernet. A settembre presenterà «Undiciemezzo», uvaggio di sangiovese canaiolo e trebbiano: nella composizione e nella gradazione rivela gli obiettivi, la battaglia sul fronte dei giovani, «un vino da abbinare anche alla pizza».
Donatella Colombini Cinelli - donne: sarà un caso? - sta facendo nascere una doc Orcia con l'antico vitigno 'foglia tonda', che esiste ancora oggi a Brolio, dove Francesco Ricasoli sta lavorando molto bene, tanto da conquistare il titolo di migliore cantina dell'anno. Ha abbandonato, come vuole il «nuovo» Chianti classico, la ricetta dell'avo Barone di ferro: ma c'è già chi la riprende, a Greve in Chianti, per l'esattezza a Verrazzano, un altro giovane, Luigi Cappellini, sta puntando sul rilancio della vecchia «mistura» delle quattro uve. Nostalgie e voglia di offrire servixzi e prodotti sempre più fascinosi. Ma gli esempi sono davvero tanti. Marco Caprai, produttore di razza umbro, che ha riscoperto il Sagrantino ha lanciato proprio in questi giorni un appello perchè il Sagrantino venga maggiormente tutelato nel nome («Si tratta - dice - di una profonda ingiustizia nei confronti di chi ha investito nei vitigni autoctoni, vere e proprie sentinelle alle tipicità del proprio territorio»). Parlavamo di operatori economici. Da notare il grande successo del Chianti Classico marchio storico, presente al Vinitaly con oltre 130 produttori per un totale di 220 etichette e che in questi ultimi mesi ha registrato negli Usa un boom dell'export. La presidente Emanuela Stucchi Prinetti non nasconde la sua soddisfazione: «il Chianti Classico - dice - si colloca oggi ai vertici delle preferenze internazionali, grazie allo sforzo in termini finanziari e professionali che i produttori hanno realizzato nell'ultimo decennio, puntando tutto sull'eccellenza di un prodotto che si colloca nella fascia alta della qualità, ma non è un prodotto di nicchia, di sola immagine, in quanto si parla di un volume di oltre 23 milioni di bottiglie che ogni anno vanno sul mercato». A gonfie vele anche il Brunello, dove la mitica annata 1997 è già stata tutta venduta e dove i prezzi del vigneto hanno raggiunto cifre da capogiro. E già è aperta la caccia ai terreni liberi in Maremma, la nuova frontiera dell'uva made in Toscana. Bene anche il piccolo, ma prestigioso, Consorzio del Chianti Rufina («Siamo molto contenti, dice il marchese Bernardo Gondi, siamo già al 50% nel rinnovamento dei vigneti»). Bene la poco nota ma favolosa strada del vino di Montecucco. L'antico Consorzio della Vernaccia di San Gimignano ha festeggiato l'arrivo della nuova doc, Rosso di San Gimignano.

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