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La Repubblica / Affari E Finanza

Il miracolo americano di Gianni Zonin ... Trent’anni fa si innamora di Barboursville, immensa tenuta vicino a quella del presidente Jefferson. E comincia a immaginare un progetto temerario: creare dal nulla negli Usa un’azienda modello. Oggi è nato un intero distretto... Una case history esemplare e pressoché sconosciuta del made in Italy che vince. Un’intuizione, una scommessa, una sfida riuscita: i trent’anni di Barboursville Vineyards, in Virginia, due ore a sud ovest di Washington D.C. . Gianni Zonin, nel 1975, capitò quasi per caso a Barboursville, paesetto di poche decine di anime, a un quarto d’ora dalla capitale Charlottesville con la sua famosa università. Ancora più vicina a Barboursville è Monticello: una collina rigogliosa sulla cui vetta Thomas Jefferson, padre della patria e terzo presidente degli Usa, ma anche uomo di cultura profonda ed eclettica, si fece costruire una splendida villa neoclassica circondata da un immenso parco, diventato poi vero e proprio giardino botanico e quindi centro di studi naturalistici e di agraria. Jefferson aveva con insistenza provato e riprovato a piantar vigneti, con risultati sempre negativi.
D’altronde fino a trent’anni fa in tutta la regione, benché si chiamasse Piedmont Region, non si produceva neppure un quintale d’uva. Fino all’arrivo di Zonin, appunto. Il quale sul microclima e sui terreni di Barboursville fece una scommessa e acquistò la tenuta con quasi 500 ettari di bosco e collinette incolte e con la residenza imponente ma ormai malandata del governatore James Barbour, amico di Jefferson. Studi, sbancamenti, impianti, estirpazioni e reimpianti, vinificazioni sperimentali e tutto quanto occorre per trasformare un’idea, un progetto quasi temerario, in un’azienda e un modello vincenti: 500 mila dollari di fatturato nel 1990, 5 milioni di dollari nel 2005, Gli 82 ettari di vigneti oggi in produzione, che anno dopo anno aumentano, sono coltivati a cabernet franc, cabernet sauvignon, merlot, pinot nero, barbera e nebbiolo fra le varietà a bacca nera, e chardonnay, traminer, pinot grigio, viognier, malvasia e sauvignon fra i bianchi. Barboursville è allo stesso parallelo di Napa Valley e della Sicilia, i terreni sono prevalentemente di argilla rossa, le primavere sono precoci e le estati lunghe e calde, i vini - oggi poco meno di 500 mila bottiglie l’anno, quasi tutte vendute nella East Coast degli Stati Uniti - hanno marcata personalità, profumi intensi, buona struttura. Emergono, nell’ambito di una produzione di sorprendente livello, lo Chardonnay Riserva e il Viognier fra i bianchi, il Cabernet Sauvignon e l’eccellente Octagon, classico taglio bordolese con oltre il 65 per cento di merlot, che è il fiore all’occhiello dell’azienda. Della quale dal ’91 è cervello e cuore l’albese Luca Paschina, 45 anni, wine maker e general manager, che s’è conquistato sul campo il ruolo di guida di tutta la vitivinicultura dello stato sino a guadagnarsi, nel 2002, la nomina a “Man of the Year” dal parlamento della Virginia. Dove, nate nella scia di Zonin, si contano oggi 104 wineries, create dal nulla, che attraggono e convertono al vino ogni anno centinaia di migliaia di turisti quasi esclusivamente americani che, dopo l’immancabile visita ai campi di battaglia della guerra di secessione e l’omaggio a Jefferson a Monticello, fanno scorta negli spacci delle aziende: centomila l’anno solo a Barboursville. Al cui interno, tra l’altro, trovano quello che è probabilmente il miglior ristorante di tutta la Virginia, il Palladio, cucina italiana autentica e non orecchiata, chef Melisse Close con prolungati soggiorni in Italia nelle cucine di ristoranti di qualità. Infine, incastonato fra alberi d’alto fusto, vigneti, prati e il laghetto, l’esclusivo “1804 Inn”, ricavato dall’esemplare ristrutturazione dell’originaria mansion di James Barbour, tre supersuite e grandi spazi comuni, arredato personalmente da Silvana Zonin, con mobili e quadri portati dall’Italia. Un gioiello nascosto per gli amanti del lusso country.

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