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La Repubblica / Affari & Finanza

Show e business, caccia ai nuovi Eldorado ... Sul tetto del mondo del vino sventola la bandiera a stelle e strisce. Potenza del dollaro e del mercato di gran lunga più importante del mondo. Fosse capitato in Francia si sarebbe gridato alla lesa nazionalità (anche se ormai mezzo Bordeaux è stato colonizzato), da noi ci si è dati di gomito e se ne è cavato qualche sparuto titolo di quotidiano. Che cosa è successo? Semplice: Wine Spectator la più influente rivista del vino ha incoronato l'Ornellaia di Ludovico Antinori (ricetta bordolese, territorio maremmano in quel di Bolgheri) vino migliore del mondo del 2001, dopoché l'anno prima aveva riservato eguale titolo al Solaia (prodotto a San Casciano Val di Pesa da Piero Antinori). Per trascinamento il vino italiano diventa il più venduto, tra gli stranieri, negli Usa. E all'inizio del 2002 Robert Mondavi (sborsando si dice la bella cifra di 80 milioni di euro) si è comprato l'Ornellaia chiedendo ai suoi partners italiani, i Frescobaldi, di gestire in jointventure la splendida tenuta e i conseguenti vini.. Seconda questione: i Gallo i più importanti per quantità vignaioli di California sbarcano in Veneto e cominciano a comprare aziende in Italia. Terza questione: anche nel mondo del vino si inizia a parlare di merger acquisition.
Mentre i critici si occupano dello show (diventato spesso insostenibile tanto che Gaja diserta Verona per eccesso di successo), i cantinieri guardano al business. Che è diventato assai consistente. È tempo dunque di concentrare l'attenzione su cosa fanno i grandi del vino per capire come sarà il mercato di oggi e di domani. E osservando questi movimenti possiamo trarre queste indicazioni: il Sud è il nuovo Eldorado, la Maremma é il terroir emergente a più forte immagine, Piemonte, Chianti, Collio hanno la leadership indiscussa, i veri affari si fanno nelle nicchie che sono Montefalco col Sagrantino, la Franciacorta con gli spumanti, il Veneto con la ripresa del Soave e il boom dell'Amarone, le Marche con il Rosso Conero e il Rosso Piceno. Caso a parte sono il Prosecco, l'Alto Adige con il Gewurztraminer e il pinot nero, la Romagna che rincorre la Toscana con il sangiovese e la risorgente enologia del Lazio. Questa è la mappa dei territori che contano. Per averne conferma basta vedere dove si concentrano le attenzioni dei grandi gruppi. Gianni Zonin porta al Vinitaly il Nero d'Avola della sua nuova tenuta siciliana: il Feudo Principi di Butera. E' la conferma che la Sicilia è al top degli interessi. Zonin ha investito una montagna di euro nella riqualificazione di tutte le sue aziende agricole (sono presenti in tutti i terroir d'eccellenza e dalla necessità di spingere sui grandi vini è nata la linea Zonin vineyards) ben sapendo che la battaglia del vino oggi si gioca su due fronti: la qualità e le dimensioni. Lo conferma l'investimento massiccio dell'Ilva di Saronno nel rilancio della Corvo (che punta anch'essa sul Nero d'Avola) di Casteldaccia affidata alle cure di Giacomo Tachis, il maestro degli enologi italiani, non a caso consulente dell'istituto regionale della vite e del vino presieduto dall'avvocato Agueci vero propulsore del rinascimento siciliano. Ma per tornare a Zonin eccolo comparire con massicci investimenti in Maremma. Dove si è concentrata l'attenzione di altri grandi del vino: da Cecchi a Mazzei passando per Jacopo BiondiSanti (è sinonimo di Brunello) che tra i primi ha scommesso sulle capacità di questo terroir di dare grandi vini per interpretare sia il gusto internazionale che l'esaltazione degli autoctoni, e per i Moretti che dai successi di Bellavista (Franciacorta) ora vogliono aggredire tutti i terroir d'eccellenza. Percorso inverso ha fatto Piero Antinori l'uomo del vino più rappresentativo d'Italia, una delle griffe mondiali che dalla sua Toscana (anche lui ha investito forte in Maremma e ora darà vita con il fratello Ludovico ad un'altra azienda al limitare di Bolgheri) si è irradiato in Puglia con Tormaresca (altra terra di conquista di Zonin e di altri grossi nomi) e in Franciacorta dopo aver già messo presidio in Piemonte con la Prunotto che allarga il suo raggio d'azione al Monferrato ed essere da sempre in Umbria col Castello della Sala. Questo fermento alla ricerca delle migliori posizioni (l'espansione abruzzese di Umani Ronchi, il radicamento dei Cotarella a cavallo tra Lazio e Umbria, l'arrivo di Cragnotti a Montepulciano, l'allungarsi della lista degli industriali che fanno vino: da Rosso in Veneto, a Castiglioni in Chianti, da Moretti in Valdarno a Campari, a Averna in Friuli per dirne alcuni) è arrivato al parossismo in Umbria e segnatamente a Montefalco. Artefice del lancio di questo terroir è stato senza dubbio Marco Caprai che ha dato fama mondiale al Sagrantino. La sua resta una delle migliori bottiglie italiane e tra le più note nel mondo. Ma ora su quel terroir si è scatenata la "corsa all'oro". E non è lontano il giorno in cui anche da altre regioni usciranno bottiglie di Sagrantino, che non avranno la Docg ma sfrutteranno l'onda lunga del mercato. Un segnale per dire che mentre si discetta di sentori floreali e di polifenoli gli affari del vino marciano spediti. E non sempre nella giusta direzione, perché più del bouquet poté il denaro. Da sempre.

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